Con “Il fuoco”, adattamento teatrale tratto dall’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio, si conclude “Dalla Letteratura al Teatro – Epilogo”, un progetto di ricerca della Compagnia Teatro delle Bambole, progetto lungo 5 anni che negli ultimi tempi ha rivolto la propria attenzione a Sofocle, Calvino e Pasolini. L’anteprima assoluta de “Il fuoco” è andata in scena il 10 gennaio al Teatro Traetta di Bitonto, mentre il debutto nazionale sarà il 13 marzo al Teatro Paisiello di Lecce, nell’ambito delle rispettive stagioni teatrali promosse da Puglia Culture.
Ogni lavoro del Teatro delle Bambole, sempre a firma del regista Andrea Cramarossa, si presenta spesso come un confronto intellettuale fra autore e spettatore, quasi un dialogo, piacevole e intrigante, in cui si pongono stimolanti interrogativi che incantano e (in)trattengono il pubblico. Studiate atmosfere sospese, dominate da semplice gestualità, favoriscono poi a tratti la riflessione. In tal senso anche in questa occasione si è adottato lo stesso ‘copione’, che poi è diventato un po’ il marchio di fabbrica della Compagnia.
La vicenda, a molti nota, narra della relazione fra Stelio Effrena (D’Annunzio) e Foscarina o Perdita (Eleonora Duse) nel 1882, sullo sfondo di una Venezia bellissima con dovizia, ma calata in un’atmosfera autunnale decadente. Da una parte un intellettuale ambizioso, desideroso di realizzare la rinascita dell’arte del teatro, dall’altra un’attrice cosciente del declino della sua bellezza all’ombra di una cantante, Donatella Arvale, che sta per rubarle il posto nel cuore del poeta. D’Annunzio, che sicuramente aveva letto “La nascita della tragedia” di Nietzsche’, aspira a un’arte che coniughi i classici del passato e il presente per “ricondurre gli uomini all’unità”: nella fusione di antico e moderno il tempo scompare, mentre l’unità della vita si realizza attraverso la parola e la musica. Ed ecco che nella seconda parte del romanzo si parla, non a caso, di Wagner, che proprio in quei giorni muore a Venezia, e del suo funerale. Alla fine, Foscarina, sottomessa e sopraffatta nella relazione, parte in viaggio nel mondo, e lascia il poeta libero nelle sue creazioni letterarie.
Se il Teatro delle Bambole nel suo progetto intende il “teatro come spazio di attraversamento della parola letteraria, in cui il testo non viene illustrato ma rifondato, interrogato e messo in tensione col presente”, ancora una volta centra l’obiettivo: è la parola che trionfa su una scena volutamente spoglia. Il sipario si apre sui versi de “La pioggia nel pineto”, dopo che Foscarina ha espresso tutti i suoi dubbi di donna ‘messa a nudo’, amante e attrice. Comincia quindi un viaggio visionario in cui si alternano parti recitate ad altre in cui domina il linguaggio del corpo, misurato e concentrato, con accenno a qualche passo di danza. Venezia con tutta la sua magia si indovina in immagini proiettate sul fondo, nello sciabordio del mare, nelle nebbie, quasi sempre verdi (eterna speranza di ri-vincita), e soprattutto nelle citazioni della pittura del Veronese e del Tintoretto (splendida la tela “Arianna, Venere e Bacco”). In questo connubio fra arte e vita nella città della rinascita continua, fra maschere inquietanti e mantelli tenebrosi – “Io squarcerò le tenebre; io trionfo sulla morte, sorgente perenne di armonia” – ci si avvia a un finale in cui Cramarossa svela un colpo di genio: mentre si celebra il funerale di Wagner Foscarina si cala nella bara. “L’oscura bellezza si disperde sulle ombre del silenzio” dice Stelio, “Lasciatemi morire inghiottito dalla poesia”. È l’epilogo che include le motivazioni dell’autore tutte concentrate sul fuoco: il fuoco come passione d’amore, il fuoco come ardore per l’arte in tutte le sue forme, ma anche il fuoco come elemento distruttore, necessario affinché’ dalle ceneri si possa poi rinascere e innovarsi. E in questa soluzione ci può anche stare la figura del ‘superuomo’ nietzschiano.
Sulla scena Federico Gobbi è Stelio/D’Annunzio, impeccabile e profondamente ispirato come sempre, convinto e convincente; la bitontina Rossella Giugliano è Foscarina/Duse, elegante e versatile; i costumi sono di Elob Mabby Colucci, le luci di Roberto De Bellis.
Un’opera teatrale da seguire con attenzione per coglierne il significato e aprirsi alla riflessione che ne scaturisce.
Gianfranco Morisco











