HomeCronacaFasano, l'Itet Salvemini al freddo e allagato: studenti e docenti protestano

Fasano, l’Itet Salvemini al freddo e allagato: studenti e docenti protestano

Quella andata in scena davanti all’ITET Salvemini di Fasano non è una protesta simbolica né un gesto estemporaneo. È la manifestazione concreta di una possibile violazione di legge, oltre che di un diritto costituzionalmente garantito: il diritto allo studio in condizioni di sicurezza, salute e dignità.
Al rientro dalle vacanze natalizie, studenti, docenti e personale ATA hanno trovato aule con temperature incompatibili con la permanenza prolungata, termosifoni spenti, caldaie in blocco, perdite d’acqua e persino allagamenti. Una situazione tutt’altro che improvvisa: nota da tempo, segnalata, prevedibile. Eppure rimasta irrisolta.
La cornice normativa, in casi come questo, è chiara e non lascia spazio a interpretazioni arbitrarie. Il Decreto Legislativo 9 aprile 2008 n. 81, Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, si applica pienamente agli edifici scolastici, che sono a tutti gli effetti luoghi di lavoro per docenti e personale ATA, nonché ambienti di permanenza obbligata per gli studenti. L’articolo 63 stabilisce che i luoghi di lavoro devono essere conformi ai requisiti di sicurezza e salubrità; l’Allegato IV impone che i locali garantiscano una temperatura adeguata all’organismo umano in relazione al tipo di attività svolta; l’articolo 18 obbliga i soggetti responsabili a eliminare i rischi e a intervenire tempestivamente in caso di pericolo.
Freddo persistente, mancato ricambio d’aria, rischio sanitario e ambienti inadeguati non rientrano in alcuna zona grigia normativa: si tratta di condizioni non conformi, potenzialmente sanzionabili.
Un punto, spesso all’origine di un alibi collettivo, va chiarito: il dirigente scolastico non è il proprietario dell’edificio. Per le scuole superiori, come l’ITET Salvemini, la responsabilità strutturale e impiantistica ricade sull’ente proprietario, ovvero la Provincia, cui competono la manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti, l’attivazione di interventi in somma urgenza in caso di guasti gravi e il ricorso ad affidamenti diretti quando è in gioco la continuità di un servizio pubblico essenziale.
Il riscaldamento in una scuola non è un servizio accessorio: è parte integrante dell’attività didattica. Da qui una domanda semplice, ma inevitabile: perché non è stato fatto nulla per tempo?
Una caldaia che va in blocco non è un evento imprevedibile. Le perdite dai caloriferi non sono calamità naturali. Il freddo invernale non arriva senza preavviso. Non si è di fronte a una fatalità, ma a una catena di omissioni: mancata manutenzione preventiva; ritardi nelle segnalazioni, o segnalazioni ignorate; assenza di interventi temporanei di messa in sicurezza; mancanza di un piano di emergenza per garantire condizioni minime di vivibilità. E mentre le istituzioni prendono tempo, gli studenti pagano il prezzo, in termini di salute, frequenza scolastica e qualità dell’apprendimento.
Quando le condizioni ambientali rendono di fatto impraticabile la normale attività didattica, il problema assume un rilievo ulteriore. L’articolo 340 del Codice Penale disciplina il reato di interruzione di pubblico servizio, configurabile quando un servizio essenziale viene ostacolato o compromesso. La scuola pubblica è a tutti gli effetti un servizio pubblico essenziale. Costringere gli studenti a frequentare aule gelide, ad assentarsi per motivi di salute o a subire una didattica ridotta o compromessa può configurare una grave lesione del diritto allo studio, con potenziali profili di responsabilità amministrativa e, nei casi più gravi, penale.
La mancanza di riscaldamento ha inoltre prodotto un effetto collaterale ampiamente prevedibile: l’assenza di ricambio d’aria, la diffusione dell’influenza, classi decimate dalle assenze. In un contesto post-pandemico, questo dato assume un peso ancora maggiore. La tutela della salute a scuola non è una raccomandazione, ma un obbligo istituzionale sancito dall’articolo 32 della Costituzione.
La protesta degli studenti che va avanti dal 12 Gennaio non è stata una fuga dalla scuola, ma un atto di responsabilità civica. Hanno chiesto ciò che spetta loro per legge: ambienti sicuri, dignitosi e idonei all’apprendimento. Il vero paradosso è che a impartire una lezione di educazione civica sono stati proprio coloro che avrebbero dovuto riceverla.
Questa vicenda non può chiudersi con un intervento tampone o con una promessa tardiva. Servono chiarezza sulle responsabilità, verifica degli atti amministrativi, trasparenza sui tempi di intervento e un piano strutturale di manutenzione degli edifici scolastici.
Perché quando una scuola resta al freddo, non è solo un edificio a fallire: è lo Stato.
E questa volta, il gelo non può essere archiviato come semplice disagio.
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Redazione
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