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Anni fa i soci dell’associazione culturale Murgia Enjoy decisero di riaprire i “cassetti della memoria”, recuperando fotografie che, nel corso del tempo, alcuni membri dell’associazione e del Fotoclub Murgia avevano raccolto e condiviso per riportare l’attenzione su uno dei luoghi più emblematici e, allo stesso tempo, più dimenticati del territorio: l’ex Preventorio di Cassano delle Murge.
L’associazione affidò il racconto, di cui uno stralcio è riportato in coda, a diverse testate giornalistiche con l’intento di sensibilizzare le amministrazioni sullo stato di abbandono della struttura, un luogo che per anni aveva accolto e visto crescere tanti ragazzi e che oggi custodisce ancora documenti, vestiti, medicinali e tracce di vite destinate al degrado del tempo e al rischio di saccheggio.
Nel giro di pochi anni, uno degli articoli pubblicati ha ottenuto un numero di visualizzazioni di gran lunga superiore alla popolazione stessa di Cassano. Eppure, per il preventorio, nulla è cambiato.
Recentemente i soci sono tornati ad interessarsi della struttura, raccogliendo la testimonianza di un’assistente che per molti anni vi ha lavorato, condividendo ricordi fatti di difficoltà quotidiane, profonda umanità e legami autentici con i ragazzi ospitati.
Nata come istituto dedicato all’accoglienza e alla cura dei minori, la struttura ha rappresentato per decenni un punto di riferimento per centinaia di bambini. Al suo interno sono ancora presenti cartelle cliniche abbandonate da oltre trent’anni: testimonianze concrete di un passato rimasto sospeso nel tempo e mai realmente raccontato.
I documenti sanitari dei minori ospitati, spesso provenienti da contesti familiari difficili, costituiscono un patrimonio estremamente delicato, non soltanto dal punto di vista archivistico ma soprattutto umano. La loro presenza solleva interrogativi importanti sulla tutela della memoria storica e sulla necessità di ricostruire le vicende personali di chi ha vissuto all’interno di quell’istituto, affinché queste storie non vengano definitivamente cancellate dall’oblio.
Attraverso la voce dell’assistente intervistata riaffiora una storia fatta di dedizione, sacrificio e legami che il tempo non è riuscito a cancellare.
Il Preventorio di Cassano: “Eravamo la loro famiglia”
La testimonianza intensa di una assistente
Gli inizi e la nascita della struttura
Da che anno a che anno ha lavorato lì?
Sono stata assunta nel marzo del 1967 e ho lavorato fino alla chiusura della struttura.
La struttura era già attiva?
Sì, era già in funzione. Nacque per iniziativa di un medico di Bari, di cui purtroppo non ricordo il nome. Iniziò come una sorta di struttura sanitaria, simile a un ospedale ma senza interventi chirurgici. Mi pare si trattasse soprattutto di malattie respiratorie.
E poi cosa accadde?
Dopo qualche anno il dottore andò via e la struttura fu acquistata dall’amministrazione provinciale. Successivamente vennero ampliati gli spazi: costruirono altri piani, la palestra e organizzarono meglio tutto il complesso.
Organizzazione e personale
Qual era il suo ruolo?
Ero assistente nel turno pomeridiano, dalle quattordici alle venti, tutti i giorni con un riposo settimanale a rotazione.
Come erano organizzati i turni?
La mattina c’erano gli insegnanti, prima della provincia e poi del comune di Cassano. Noi coprivamo il pomeriggio e poi c’era il personale notturno. Le suore vivevano nella struttura e seguivano anche la notte.
C’erano figure specializzate?
Sì, avevamo il pediatra, la psicologa e il neuropsichiatra, che era anche il direttore. Era un’équipe completa per l’epoca.
I ragazzi: chi erano e da dove venivano
Quanti ragazzi ospitava la struttura?
Quando sono arrivata erano quasi novanta.
Che età avevano?
Dai sette ai quattordici anni.
Erano orfani?
No, non erano orfani ma era come se lo fossero. Erano ragazzi con disabilità cognitive e provenienti da contesti familiari difficili.
Avevano contatti con le famiglie?
Raramente. Nei primi anni non tornavano mai a casa, nemmeno per le feste. Erano, di fatto, abbandonati.
La quotidianità: tra disciplina e creatività
Com’era la giornata tipo?
Il pomeriggio li aiutavamo nei compiti, facevamo attività manuali, disegno, pittura. Cercavamo di tenerli impegnati e sereni. La sera cenavano e poi venivano affidati al turno notturno.
Quanti operatori seguivano i ragazzi?
Nel pomeriggio eravamo sei per gruppi anche di trenta ragazzi. Dovevi stare attenta a tutto. Anche quando andavano in bagno, non potevi lasciarli soli. Non esistevano feste: si lavorava sempre, anche a Natale e Pasqua.
Che ruolo avevano le suore?
Fondamentale. Vivevano lì, lavoravano in cucina, lavanderia e supervisionavano tutto. Erano sempre presenti.
Tra difficoltà e affetto
Ci sono episodi che ricorda in modo particolare?
Tanti. Alcuni ragazzi cercavano di scappare per gioco, altri avevano crisi. Una volta mi sono fatta male ad un dito cercando di fermare una sedia lanciata. Ma erano episodi isolati. Non erano cattivi, erano fragili.
E momenti positivi?
Tantissimi. Disegnavamo insieme, costruivamo oggetti, preparavamo recite e persino presepi in cartapesta. Ricordo un grande presepe a forma di luna che realizzammo nel 1969.
Che rapporto avevate con loro?
Profondo. Non erano affettuosi nel modo classico, ma si avvertiva il loro affetto. Per loro noi eravamo una famiglia.
E le famiglie?
Dopo anni, qualcuno iniziò a venire. Piangevano. Ci ringraziavano. Perché i bambini stavano bene.
Le è rimasto qualcosa dentro?
Sì, quando raramente capitava che li accompagnavo a casa capivo da dove venivano. Situazioni difficilissime. Bambini che non avevano niente.
Le condizioni dei ragazzi
Che tipo di assistenza ricevevano?
Non erano sedati. Le terapie erano solo per patologie specifiche, come l’epilessia. C’era attenzione e cura.
Erano seguiti anche dal punto di vista educativo?
Sì, facevano scuola, attività manuali e percorsi educativi. Dopo i quattordici anni venivano trasferiti in una struttura in Basilicata dove imparavano un mestiere.
Il rapporto con i genitori e con gli operatori
Cercavano i genitori?
No. Ed è questa la cosa più dura da dire. Non li cercavano. Perché la loro famiglia eravamo noi.
Che rapporto avevate?
Non erano abbracci come quelli dei figli ma mi abbracciavano, mi cercavano. Avevano bisogno. E io lo sentivo.
La chiusura e il dopo
Come avvenne la chiusura?
All’improvviso. Da un giorno all’altro. Noi operatori fummo trasferiti altrove. I ragazzi tornarono spesso in famiglie che non erano in grado di seguirli.
Che effetto ebbe sui ragazzi?
Molti di loro persero tutto quello che avevano costruito. Alcuni non continuarono nemmeno la scuola.
Uno sguardo personale
Che significato ha avuto questo lavoro per lei?
È stato il lavoro più bello della mia vita. Mi ha fatto crescere. A volte penso di aver dato più a loro che ai miei figli.
Perché?
Perché vedevo il bisogno nei loro occhi. E quando, anche dopo anni, qualcuno mi riconosce e mi chiama per nome capisco che ho lasciato qualcosa.
Cosa pensa del ritrovamento delle cartelle cliniche abbandonate?
È qualcosa che fa riflettere. Quelle cartelle non sono solo documenti, ma pezzi di vita. Vederle lasciate lì per così tanto tempo è come se si fosse dimenticato tutto ciò che quelle persone hanno vissuto.
Secondo lei quanto è importante raccontare oggi questa storia?
È fondamentale. Non per giudicare, ma per capire. E soprattutto per dare voce a chi, da bambino, non ne ha avuta.
Il Preventorio di Cassano: Custode di vite difficili
La storia del Preventorio di Cassano ricostruita dai soci Murgia Enjoy
Il Preventorio di Cassano delle Murge, di proprietà della Città metropolitana, è un caso di abbandono di un bene pubblico che dovrebbe suggerire agli Amministratori interventi più rapidi e risolutivi per quelle strutture che, altrimenti, sono destinate ad ugual sorte. Lo scempio, per la sua altezza e per la mancanza di altre strutture adiacenti, è visibile a chilometri di distanza, anche ai tanti che sono soliti raggiungere il piazzale del Convento di Cassano per ammirare il panorama dell’entroterra barese che, in giornate di cielo terso, consente di vedere anche il mare.
La struttura, sita a circa un chilometro dal centro abitato sulla via per Mellitto, fu inizialmente costruita per curare bambini malati di tubercolosi e per la prevenzione delle malattie respiratorie, tant’è che, non a caso, fu decisa la sua posizione proprio a ridosso della foresta di Mercadante, vero polmone nel risicato patrimonio boschivo dell’hinterland barese.
E’ composta da tre corpi di fabbrica per complessivi 4000 metri quadrati circa: “il generale”, struttura più antica nella quale erano ubicati gli uffici e una cappella e chiamata così perché precedentemente fu la residenza di un Generale, una palazzina a quattro livelli con corridoi centrali e camere con affacci sulle campagne circostanti ed una palestra costruita nell’anno 1976.
La struttura fu acquistata dal Notaio Albenzio e successivamente dal Dott. Rubino che costruì il corpo di fabbrica centrale a più piani.
Nel 1967 fu acquistata dalla Provincia di Bari e convertita in Istituto Medico Psicopedagogico con inaugurazione il primo marzo del 1967.
L’Istituto ospitava circa novanta ragazzi, con picchi di oltre 150 dai sette ai quattordici anni, minorati psichici e sociali dell’intera Provincia o figli illeggittimi o di famiglie disagiate che non tornavano quasi mai a trovarli.
Ai giovani ospiti veniva fornito tutto il necessario, dai vestiti ai materiali didattici, e trascorrevano la notte in dormitori con sei/otto letti, sempre sotto lo stretto controllo del personale che ne era responsabile.
Durante il giorno occupavano i “soggiorni” dove erano impegnati, oltre che con gli studi, in varie attività compresi alcuni lavori manuali, come la pittura, seguiti da educatrici e personale che si alternavano in turni diurni e notturni.
Negli ampi giardini, nei quali oggi si ha difficoltà a riconoscere il campo da calcio o da tennis, e in uno spazio ricreativo al piano rialzato, avevano possibilità di giocare e, dalle 17 alle 18, di vedere la televisione.
Oltre al personale a stretto contatto con i ragazzi, erano impiegati nella struttura il direttore (neurologo), addetti alla segreteria, un pediatra, un economo, una psicologa, gli addetti alla lavanderia, due cuochi per la mensa, un manutentore del locale caldaie e degli impianti ed il personale di pulizia dei piani.
Presenti nella struttura anche le suore che seguivano la lavanderia, la cucina e i dormitori, coordinate da una madre superiora.
Al compimento dei quattordici anni i ragazzi venivano trasferiti presso l’Istituto dei Padri Trinitari di Venosa che dal 1968 presta attività sanitarie di riabilitazione a persone affette da minorazioni fisiche, psichiche, sensoriali o miste dipendenti da qualunque causa e servizi socio-sanitari alle persone che hanno terminato il percorso riabilitativo e che, a causa della permanente disabilità fisica e/o mentale, in regime residenziale o semiresidenziale, continuo o diurno, non sono in grado di badare autonomamente alla propria persona e necessitano, quindi, di assistenza.
Nel 1978, con l’approvazione della Legge Basaglia, iniziò un periodo di transizione durante il quale il personale fu impegnato ad accompagnare i bambini nelle scuole pubbliche e nelle abitazioni delle rispettive famiglie nei weekend, per quei pochi fortunati che ne avevano una; terminato tale periodo, la struttura perse la sua funzione perché per tali patologie non erano più previste forme di supporto.
Il fine della Legge Basaglia era proprio quello di evitare che tali soggetti venissero “abbandonati” in Istituti nei quali si temeva venissero usati sistemi repressivi e coercitivi per tenere a bada i giovani a vantaggio, invece, di un inserimento nelle famiglie e nella società con l’integrazione scolastica. Un diritto, quello di frequentare le scuole pubbliche che, fino ad allora, era stato negato.
Dalla sua chiusura, nel 1985, la struttura ha subìto più incendi ed è stata depredata di tutto: letti, materassi, vestiti, scarpe, giocattoli e suppellettili vari, tranne quei documenti e quei vestiti usati che oggi testimoniano la presenza nel passato di quei ragazzi. Una delle ipotesi, forse la più valida, è che gli incendi e i danni siano stati arrecati per ridurre il valore dell’immobile da parte di possibili acquirenti.
Il 25 giugno del 2008, da uno dei piani dello stabile, si propagò ai piani superiori l’incendio che, più di altri, ha lasciato segni ben visibili anche da lontano.
Nel 2011 una ditta del nord Italia manifestò l’interesse ad acquisire la struttura ma, dopo aver correttamente valutato le spese necessarie a ristrutturare l’intero immobile, rinunciò all’acquisto.
A Marzo del 2018 alcuni fotografi, membri del Fotoclub Murgia, produssero un reportage fotografico, degno di una mostra “urbex”, della struttura lasciata in uno stato di completo abbandono fra ricordi di chi ci aveva vissuto e rifiuti depositati da ignoti e presenti in quantità tale da non concedere più l’accesso ai mezzi, anche a quelli che, in caso di incendio, avrebbero necessità di percorrere il viale principale di accesso. Fra cartelle cliniche, vecchie scatole di medicinali, quaderni impolverati e referti medici, l’interno della struttura, così come documentato dalle foto, appare surreale. Ma la testimonianza di quel passato è ancora viva in paese in chi, in quella struttura, ha lavorato o in chi, durante l’integrazione nelle scuole pubbliche, ha fatto da maestro a questi ragazzi molto provati e con forte senso di ribellione nei confronti della società e che, a volte, creavano forti legami affettivi con alcune figure maschili con le quali non erano soliti relazionarsi poiché nella struttura era presente, fra educatrici e suore, solo personale femminile. Fra i racconti ancora lucidi di una educatrice vi è anche quello di un ragazzo di Monopoli che, pensando di tuffarsi in mare, si lanciò verso una vetrata infrangendola. Ma i racconti, raccolti in paese, nelle cartelle cliniche presenti nell’Istituto o negli stessi quaderni, spesso agghiaccianti, meriterebbero uno spazio a sé.
Nella migliore delle ipotesi, la struttura, con cancelli semiaperti, protezioni divelte e muri sfondati, può essere stata vista come un vero e proprio set per l’ambientazione di riprese horror accessibile a chiunque, ma non si può escludere che sia stata più volte usata da alcuni senzatetto o da tossicodipendenti.
A distanza di un mese dalla raccolta di quel materiale fotografico, due assessori comunali precisarono, durante un tavolo tecnico sull’ambiente successivo alla pubblicazione di alcuni articoli sull’abbandono di questa struttura, di aver provveduto a far bonificare la zona e a far chiudere ogni possibile accesso. Sin da subito, però, la situazione nell’area recintata apparve invariata, se non per una catena posizionata a parziale chiusura di un cancello principale ormai logorato dal tempo.
Una memoria che chiede voce
La testimonianza raccolta dai soci Murgia Enjoy restituisce uno spaccato autentico di una realtà complessa, fatta di fragilità ma anche di dedizione e umanità.
Oggi il preventorio è un luogo vuoto. Le stanze, un tempo piene di vita, di voci, passi, risate improvvise e fragilità profonde, sono silenziose.
Murgia Enjoy invita chiunque abbia avuto esperienze legate al preventorio di Cassano a condividere la propria testimonianza, per ricostruire insieme una memoria collettiva che non può e non deve andare perduta perché restituire voce a quei luoghi e a quelle esperienze significa restituire dignità alle persone che ne sono state protagoniste, perché quei bambini, oggi uomini fra i 50 e i 70 anni, non restino solo numeri dimenticati in vecchie cartelle ma tornino, finalmente, ad avere una voce.
Testi: Leonardo Losito – Presidente dell’Associazione Murgia Enjoy – © 2026 Murgia Enjoy – Tutti i diritti riservati
Foto: Eleonora Bosna – Fotoclub Murgia – © 2017 Ph. Eleonora Bosna – Tutti i diritti riservati




















