La stagione sportiva del Taranto Calcio si è chiusa nel modo più doloroso possibile. Dopo una rincorsa lunga e faticosa, i rossoblù hanno visto svanire la promozione in Serie D nei minuti di recupero della finale playoff contro il Gladiator, capace di trovare il gol decisivo quando ormai i supplementari sembravano a un passo. Una beffa sportiva difficile da digerire per una piazza che, dopo le recenti vicende societarie e la ripartenza dall’Eccellenza, aveva individuato nel ritorno in un campionato nazionale il primo tassello della propria rinascita. Il verdetto del campo, però, è stato chiaro: il Gladiator ha conquistato la promozione, mentre il Taranto dovrà fermarsi almeno per un altro anno nell’Eccellenza.
La delusione è comprensibile. Taranto è una città che vive di calcio, che continua a seguire la propria squadra con numeri e passione degni di categorie superiori. Proprio per questo la sconfitta pesa ancora di più. Tuttavia, nello sport esistono vittorie e sconfitte, gioie e amarezze. Si può contestare, si può criticare una prestazione o una stagione che non ha raggiunto l’obiettivo prefissato, ma tutto deve restare entro i confini del rispetto. Il campo ha emesso il suo giudizio e, per quanto crudele possa apparire un gol subito nel recupero, non può mai trasformarsi in una giustificazione per comportamenti violenti o intimidatori.
Purtroppo, il dopo gara ha finito per oscurare la cronaca sportiva. Le immagini dell’invasione di campo e delle aggressioni ai danni di alcuni calciatori del Taranto hanno fatto rapidamente il giro d’Italia, suscitando indignazione ben oltre i confini cittadini. Secondo le ricostruzioni emerse nelle ore successive, alcuni facinorosi che stentiamo a chiamare “tifosi” hanno forzato gli accessi allo stadio raggiungendo il terreno di gioco e prendendo di mira i propri giocatori, in particolare il capitano Nicola Loiodice. Scene che nulla hanno a che vedere con il tifo, con la passione sportiva o con l’amore per una maglia. Si tratta di episodi gravi che meritano una ferma condanna e che rischiano di lasciare conseguenze ben più pesanti della sconfitta maturata sul campo.
È fondamentale distinguere la stragrande maggioranza dei tifosi tarantini, che hanno sostenuto la squadra con correttezza e sofferenza, da una minoranza di incivili che ha scelto la strada della violenza. Chi aggredisce un calciatore dopo una partita non rappresenta una città, non rappresenta una tifoseria e non rappresenta i valori dello sport. In un momento già amaro per il mancato salto di categoria, il danno più grande è proprio quello arrecato all’immagine del Taranto e della sua gente. Le sconfitte possono essere il punto di partenza per ripartire e costruire un futuro migliore; la violenza, invece, non porta mai a nessuna vittoria.











