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La comunità di Castellaneta in questi giorni è sprofondata nel dolore dopo il tragico ritrovamento del corpo senza vita di Giulio Razzano, il giovane di vent’anni scomparso nel pomeriggio di martedì scorso, 23 giugno e ritrovato dopo ore di affannose ricerche sul fondo della gravina locale. Mentre l’autorità giudiziaria prosegue gli accertamenti per fare piena luce sulla dinamica e sulle cause del decesso, la drammatica vicenda ha riacceso con forza il dibattito sul benessere psicologico dei giovani, sull’isolamento sociale e sui rischi legati a fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo.
In questo contesto di profonda commozione, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), per mezzo del suo presidente prof. Romano Pesavento, ha diffuso una nota ufficiale. L’obiettivo non è anticipare le risposte della magistratura, ma analizzare i meccanismi relazionali e culturali che troppo spesso stringono i più giovani in una morsa di invisibilità.
Il cordoglio del CNDDU e il ruolo della comunità educante
Il Coordinamento ha aperto il proprio intervento esprimendo vicinanza ai cari del ragazzo: “Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profondo cordoglio per la morte del giovane Giulio Razzano e si unisce al dolore della sua famiglia e della comunità di Castellaneta”.
La nota specifica l’importanza del silenzio e del rispetto mentre gli investigatori lavorano, ma evidenzia come certi interrogativi non possano essere rimandati: “In una fase in cui le indagini sono ancora in corso, ogni ricostruzione deve arrestarsi dinanzi al rispetto della verità giudiziaria. Tuttavia, al di là degli esiti investigativi, questa vicenda interpella con forza la conscience educativa del nostro Paese”.
Secondo il CNDDU, lo sviluppo emotivo di un adolescente o di un giovane adulto non è mai un percorso isolato, ma dipende strettamente dal contesto in cui è inserito:
“Ogni storia personale prende forma all’interno di un tessuto di relazioni. Nessuna fragilità nasce nel vuoto, così come nessun processo di crescita può svilupparsi senza la possibilità di sentirsi riconosciuti nella propria dignità. L’essere umano costruisce la propria identità attraverso lo sguardo degli altri: quando quello sguardo accoglie, sostiene e comprende, genera fiducia; quando giudica, esclude o diventa indifferente, può trasformarsi in un potente fattore di vulnerabilità”.
Il bullismo come sintomo di un “impoverimento sociale”
Se l’inchiesta dovesse confermare l’ombra di vessazioni o emarginazione subite dal ventenne, per i docenti dei Diritti Umani non ci si troverebbe semplicemente di fronte a un caso isolato di cattiva condotta, bensì al segnale di un malessere strutturale radicato nella società contemporanea.
“Per questo il bullismo, qualora le indagini dovessero accertarne un coinvolgimento, non rappresenterebbe soltanto un comportamento individuale deviante, ma il sintomo di un impoverimento delle relazioni sociali”, prosegue la nota firmata dal prof. Pesavento. “La violenza tra pari non nasce improvvisamente: cresce negli spazi in cui la competizione sostituisce la cooperazione, dove il bisogno di appartenenza viene piegato alla ricerca del consenso del gruppo e dove il silenzio degli spettatori finisce per conferire legittimità alla sopraffazione”.
Il focus si sposta quindi sui “testimoni” e sulla normalizzazione di atteggiamenti tossici, esasperati anche dai canali social: “Ogni comunità educante è chiamata a interrogarsi non solo su chi compie un gesto lesivo, ma anche sui contesti che possono renderlo possibile. L’indifferenza, la normalizzazione dell’umiliazione, la spettacolarizzazione del dolore e la progressiva anestesia emotiva alimentata anche dagli ambienti digitali costituiscono fenomeni culturali che precedono il singolo episodio e ne favoriscono la diffusione”.
Oltre i controlli e le sanzioni: serve una “Cultura della Cura”
Di fronte a queste emergenze emotive, la risposta istituzionale non può limitarsi all’applicazione di punizioni o a un mero approccio burocratico della didattica. La scuola, secondo la visione espressa dal CNDDU, deve ritrovare la sua vocazione di spazio sicuro e inclusivo:
“La scuola, in questa prospettiva, non può limitarsi a trasmettere conoscenze né a intervenire esclusivamente sul piano disciplinare. La sua funzione più alta consiste nel costruire esperienze di convivenza nelle quali ciascuno impari che la libertà trova il proprio limite nella dignità dell’altro e che il riconoscimento reciproco rappresenta il fondamento di ogni autentica democrazia. Educare significa rendere possibile l’incontro, sviluppare la capacità di ascoltare il disagio prima che diventi emergenza, trasformare il gruppo classe in una comunità nella quale la differenza non venga percepita come motivo di esclusione, ma come occasione di crescita condivisa”.
La prevenzione del bullismo e del cyberbullismo, dunque, necessita di una radicale ristrutturazione pedagogica che metta al centro l’individuo e il suo diritto basilare alla socialità.
“Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ribadisce che la prevenzione non coincide con l’intensificazione dei controlli, bensì con la costruzione di una cultura della cura. Una comunità realmente inclusiva non si misura dalla severità delle sanzioni, ma dalla propria capacità di impedire che qualcuno diventi invisibile. Il primo diritto umano da garantire è il diritto a essere riconosciuti, ascoltati e considerati parte di una rete di relazioni significative”.
L’appello finale della nota è un monito che unisce famiglie, docenti e istituzioni in un impegno collettivo inderogabile: “Ogni tragedia ci ricorda che l’educazione non è un settore della società, ma il principio che la tiene unita. Quando una comunità perde la capacità di custodire i propri giovani, non è soltanto una famiglia a essere colpita: è il legame civile stesso a chiedere di essere ricostruito, attraverso un rinnovato patto educativo fondato sulla corresponsabilità, sulla solidarietà e sulla tutela della dignità di ogni persona”.











