“Il nono Rapporto GIMBE dice con chiarezza quello che sosteniamo da tempo, insieme al presidente Antonio Decaro e alla maggioranza: il Fondo sanitario nazionale è inadeguato rispetto ai bisogni reali. Nei prossimi tre anni, secondo il rapporto, servirebbero oltre 32 miliardi di euro in più. La sanità ha un costo e, quando le risorse nazionali non bastano, quel costo finisce inevitabilmente per gravare sulle Regioni”.
Lo dichiara Felice Spaccavento, presidente della III Commissione Sanità del Consiglio regionale della Puglia, commentando i dati del 9° Rapporto GIMBE.
“Tra il 2023 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale è aumentato nominalmente di 17,5 miliardi, ma GIMBE quantifica in 18,8 miliardi i cosiddetti “tagli invisibili”: risorse che il Servizio sanitario avrebbe avuto a disposizione mantenendo invariato il rapporto tra Fondo e PIL del 2022. Al netto dell’inflazione, inoltre, il finanziamento reale del 2026 torna sostanzialmente ai livelli del 2010.
Questo significa che non basta dire che il Fondo cresce: bisogna capire quale capacità di spesa reale resta alle Regioni, considerando inflazione, aumento dei costi, tecnologie e nuovi bisogni assistenziali.
L’adeguamento contrattuale della dirigenza sanitaria, con un aumento di circa 560 euro, è giusto e necessario. Ma anche questo costo sarà sostenuto dalle Regioni e la Puglia farà convintamente la propria parte. Proprio per questo non si può continuare a caricare nuovi oneri sui bilanci regionali senza rafforzare parallelamente il finanziamento nazionale.
Il Rapporto evidenzia inoltre che, se l’incidenza della spesa per il personale fosse rimasta ai livelli del 2012, in tredici anni sarebbero stati destinati 36,8 miliardi in più a medici, infermieri e altri professionisti sanitari.
A questo si aggiunge un altro nodo decisivo per il Mezzogiorno: i criteri di riparto del Fondo devono essere maggiormente legati ai bisogni reali di salute e alle condizioni socio-economiche dei territori. Oggi mortalità precoce e deprivazione pesano appena per lo 0,75% ciascuna. È troppo poco.
La Puglia ha dimostrato di essere adempiente sui LEA. Ora serve un finanziamento nazionale adeguato e distribuito secondo criteri più equi. Non bastano aumenti nominali: servono risorse che consentano davvero alle Regioni di assumere personale, garantire servizi e curare le persone”.
Cosa dice il Nono Rapporto GIMBE
Il 9° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN) evidenzia un fenomeno definito di “tagli invisibili”, in base al quale, a fronte di un aumento nominale del Fondo Sanitario Nazionale (FSN), si registra una contrazione della quota di ricchezza destinata alla sanità rispetto al Prodotto Interno Lordo. Tra il 2023 e il 2026 il FSN è cresciuto fino a 142,9 miliardi di euro; tuttavia, se il rapporto con il PIL fosse rimasto costante sui livelli del 2022 (6,27%), il SSN avrebbe beneficiato di ulteriori 18,8 miliardi di euro. Questa erosione relativa delle risorse, aggravata dall’inflazione e dal progressive invecchiamento della popolazione, colloca l’Italia all’ultimo posto tra i Paesi del G7 per spesa sanitaria pubblica pro-capite, traducendosi in un consistente aumento della spesa sostenuta direttamente dalle famiglie e nell’esacerbare la rinuncia alle cure.
Nel quadro dei trasferimenti statali a favore delle Regioni per il soddisfacimento del Fabbisogno Sanitario Nazionale, il Rapporto mette in luce forti criticità strutturali e distributive. Per il triennio 2027-2029 la Fondazione stima un divario cumulativo di 32,3 miliardi di euro tra i costi operativi previsti e le risorse stanziate dallo Stato, un deficit che rischia di ricadere sui bilanci regionali, costringendoli ad aumentare la pressione fiscale locale o a contrarre i servizi offerti.
A ciò si aggiungono le distorsioni nei criteri di riparto delle risorse tra Regioni, i quali continuano a basarsi quasi esclusivamente sul fattore anagrafico lasciando uno spazio marginale (pesante solo per lo 0,75%) ad indicatori socio-economici e di deprivazione: una modalità che penalizza territori con contesti fragili — come la Campania, che registra la quota pro-capite più bassa tra le Regioni a statuto ordinario — alimentando la mobilità sanitaria interregionale e diseguaglianze nell’accesso ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).









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