Tra repressione ed impegno: i “cattolici del dissenso” nella Puglia degli anni ’70.

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Nel 1962, Giovanni XXIII, all’apice del suo Pontificato, volle indire un grande Conciclio Ecumenico, con il proposito di aggiornare le strutture ecclesiastiche, rinnovare la mentalità religiosa ed aprire la Chiesa alle novità del mondo esterno.
Erano passati quasi cento anni dal precedente concilio (il Concilio Vaticano I, del 1870), che aveva rappresentato il momento di più rigida chiusura della Chiesa nei confronti del mondo.
Il Concilio Vaticano II, aperto da papa Roncalli e chiuso dal suo successore, Paolo VI, nel 1965, vide la partecipazione di protestanti e cristiano ortodossi e rinnovò profondamente la liturgia cattolica, principalmente attraverso la scomparsa della messa in latino, fatto che contribuì a legare maggiormente le masse alla Chiesa.
Nel corso dei suoi lavori, venne modificata la stessa organizzazione ecclesiastica: la collegialità episcopale diventava il centro della Chiesa, pur senza disconoscere il primato papale. Soprattutto, si riaffermò la necessità del dialogo con le altre confessioni cristiane, e non cristiane, dando nuovo impulso all’ecumenismo.
Le aspettative per i risultati del concilio, visto da molti come l’inizio di una nuova era, furono ampie, sia tra il clero che tra il laicato, ma rimasero, in molti casi irrealizzate.
Negli anni immediatamente successivi al Concilio, papa Paolo VI e i suoi successori dovettero fare i conti con una profonda emorragia di sacerdoti e religiosi, che interpretarono l’attenzione al mondo, in maniera diversa dall’effettiva dottrina cattolica.
Prese forza il movimento dei “preti operai”, già attivo dal secondo dopoguerra in Francia, ma che, dopo il Concilio, trovò nuovo vigore, grazie anche al suo riconoscimento da parte dello stesso Paolo VI.
Sorsero così una serie di movimenti che, in coincidenza con l’ondata antiautoritaria del ’68, forzavano in senso estremista e marxista le indicazioni e il processo di rinnovamento proposto dal Concilio.
Le cosiddette “Comunità cristiane di base” si ispiravano a quelle nate in Sudamerica, che propagandavano una sorta di “teologia della liberazione“, sfociando spesso in vera e propria lotta armata.
Questi “cattolici del dissenso” furono presenti e attivi anche in Puglia.
“BASTA INSEGNARE SCIOCCHEZZE” diventò uno degli slogan di riferimento delle loro battaglie.
Nel territorio appulo lucano, il punto di riferimento di questi movimenti fu un certo don Marco Bisceglia, della comunità del Sacro Cuore di Lavello, che divenne presto l’ AntiCristo per la Chiesa di Roma e fu denunciato ripetutamente assieme alla gente della sua comunità, per reati di opinione, o commessi nel corso di manifestazioni sindacali.
Oggetto di provocazioni e critiche, fu destituito dalla carica di parroco nonostante l’affetto e il seguito della sua comunità.
La sua sagrestia fu più volte perquisita dalle forze dell’ordine che, in alcune bobine magnetiche, registrate durante una conferenza, ricercavano le prove di una complicità con l’azione delle Brigate Rosse.
La caccia proseguì in altre sagrestie ribelli e in molte redazioni di giornali locali.
Nonostante il chiaro clima di repressione, le comunità resistettero e continuarono la loro battaglia nel nome di un “vero” rinnovamento della Chiesa cattolica.
Nel 1974, una trentina tra parroci, viceparroci e assistenti diocesiani pugliesi si schierarono per il NO al referendum ed in favore del divorzio, sfidando apertamente la posizione della chiesa.
Tra le comunità di base di Puglia e Lucania vi fu un fitto dialogo, a partire dal caso “Conversano”, in terra di Bari, dove don Marco Bisceglia aveva fatto il pendolare per celebrare messa nella comunità “ribelle” del sacro Cuore di Conversano, rimasta orfana del suo parroco.
Furono diverse le comunità baresi che seguirono le consorelle lucane, a partire dalla “Camillo Torres”, la comunità di Bari intitolata al sacerdote cattolico che, sul finire della sua vita, fece parte di un gruppo guerrigliero e lottò fino alla morte per liberare la Colombia.
Ad Altamura, la comunità del Carpentino fu costretta a sciogliersi con l’allontanamento coatto di tre sacerdoti che l’animavano. In particolare, a far imbestialire le autorità ecclesiastiche fu un documento che diffuso insieme al locale gruppo della Gioventù operaia cristiana (GIOC), contro l’atteggiamento di connivenza della Chiesa del Cile con il golpista Pinochet.
Anche Molfetta, Noicattaro e Minervino Murge ebbero le loro comunità di quartiere.
Nel Brindisino, la “Comunità del terzo giorno” di Ostuni lottò contro l’autorità della Chiesa di Roma, fino alla conseguente emarginazione del prete “ribelle” che la guidava.
A Fasano fu attivo un gruppo cristiano di base, condotto fino all’estate del 1974 da tre sacerdoti: dopo la vittoria del no al referendum sul divorzio, si ridussero a due con l’allontanamento coatto di don Cesare Micangeli, un prete scomodo che predicava nella chiesa di Savelletri, un piccolo centro popolato da braccianti e sottoproletari.
Nelle sue omelie, il sacerdote si pronunciava contro la speculazione fondiaria che faceva capo a notabili della DC locale e si schierava pubblicamente a favore del divorzio.
Per molte di queste comunità, era un autentico modello da imitare il calabrese Don Stilo, il ” prete con la pistola”, come lo definirono alcuni giornali.
Sacerdote del paese di Africo (Reggio calabria), fu indicato come dispensatore di diplomi a pagamento e accusato pubblicamente di legami con fascisti, DC e mafia e sospettato di essere il mandante di sparatorie contro i “rossi” tra cui l’ultima, nel 75, quella che portò al ferimento dell’anarco-autonomo Rocco Palamara.
Era il segno che, forse, nate col proposito di dare una nuova consapevolezza alla vita di fede, cercando di coniugare il riferimento alla Bibbia con la lotta degli oppressi, queste comunità finirono col deviare spesso dal loro cammino, interpretando un messaggio giusto, nel modo sbagliato.

1 commento

  1. Scusate, in merito all’articolo: non so nulla sulle comunità di base in Puglia ma qualcosa su quelle in Calabria si. Don Stilo non era affatto un prete ribelle, al contrario fu coccolato e osannato in vita e in morte dalle gerarchie ecclesiastiche, particolarmente dai vescovi di Locri. Nell’articolo si confonde, evidentemente. con Don Natale Bianchi, della comunità San Rocco di Gioiosa Jonica che nell’esercizio della sua azione di “prete operaio” ebbe a scontrarsi proprio con Don Stilo (oltre che con lo stesso vescovo) e fu sospeso “a divinis”. Insomma la confusione sta nello scambio di …prete. E se ve lo dico io…Rocco Palamara

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