Per aprire la rassegna di film e incontri “Visioni di realismo magico” presso il teatro polifunzionale Anchecinema, ieri sera c’è stata l’anteprima speciale del Bari International Gender Film Festival (BIG), che si svolgerà dal 24 al 30 settembre, con la proiezione del film “Padre” di e con Giada Colagrande, presente in sala con il co-protagonista e coniuge Willem Dafoe. Una presenza che non ha lasciato indifferente il pubblico che ha riempito entusiasta la sala ed accolto gli artisti con un’ovazione.
Dopo il dolce, l’amaro.
La visione di “Padre” lascia un dubbio enorme: se la concept art può essere trasportata su un lungometraggio, peggio ancora se infarcita di accenni al soprannaturale, alla new age e al Valium. Perchè nella pellicola di Giada Cologrande tutti questi elementi sono presenti massicciamente, soprattutto l’ultimo in dosi industriali, causa dell’effetto soporifero che coglie lo spettatore a più riprese.
La storia di Giulia, assistente teatrale in piena fase di elaborazione del lutto per la perdita del padre, noto compositore, ha la sincerità pura della protagonista (e regista del film, che ha riflesso sulla sceneggiatura le sue esperienze personali dopo la scomparsa del suo genitore) e la confusione quasi irritante di chi vuole a ogni costo creare qualcosa di poetico e profondo, mescolando il realismo tormentato di Kieslowski, le atmosfere dilatate e oniriche di Lynch e una sorta di didascalismo impenetrabile (un ossimoro che aleggia per tutto il film). Ed è la suddivisione in sette capitoli a chiarire lo scopo dell’autrice: le cinque fasi dell’elaborazione del lutto, più due, per dirci che nessuno muore davvero, nessuno ci lascia definitivamente, nessuno ci abbandona mai.
Gli amici non abbandonano Giulia all’inizio, promettendole sempre che ci sono per aiutarla in un momento così delicato e non l’abbandona lo spettro, pardon la presenza, del genitore (un Franco Battiato che non si capisce bene cosa c’entri, se non per gli inserti di suoi vecchi video qui e lì). E per chiarire che nessuna famiglia è perfetta, tanto amore di figlia va in contrapposizione con la figura della madre divorziata (Marina Abramovic, l’autodefinita “Nonna della concept art”, quella che abbraccia gli alberi tanto per capirci…), che compare solo in videochiamata su Mac perchè in India per un viaggio spirituale, un po’ come i genitori di Raji in Big Bang Theory…
Quando Giulia e il suo gatto (!) cominciano ad avvertire strane presenze e fenomeni di notte, come il pianoforte che suona da solo e apparizioni del padre e cominciano a spuntare fuori strane lettere postume del genitore in cui declama e discetta sulla vita ultraterrena e il concetto di morte, la ragazza tenta di far luce su quello che sta accadendo tra una sessione di lavoro e l’altra, dove James (William Dafoe) suo amico e collega, insegna ad aspiranti attrici le tecniche della concept art tra balli, musiche e video. Per poi discutere con un individuo misterioso sul futuro di Giulia e la sua iniziazione.
SEGUE SPOILER, se avete problemi di insonnia andate al cinema per vedere come finisce, altrimenti continuate pure.
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Tra un’apparizione, una lezione, un’interminabile sequenza dove Giulia dimostra le sue indubbie doti canore, il Padre si decide a lasciare un indizio alla ragazza, l’indirizzo di un negozio di restauri dove, alla fine, si scoprirà avere sede una congrega di medium di cui James fa parte. Giulia potrà così continuare a rimanere in contatto con suo padre. Fine.
Lo scopo nobile della pellicola resta, la glorificazione e l’omaggio ad una persona amata che non c’è più. E tanto dovrebbe bastare per non far storcere il naso se si è in vena di buonismo. Ma il cinema è un’altra cosa. E qui davvero si è tirata fin troppo la corda. Tra dialoghi che potrebbe fare chiunque col salumiere sotto casa, prove recitative appena sufficienti dove si salva solo l’iconica presenza di Willem Dafoe (che una volta tanto non muore in un film) e una regia decente, asciutta, forse il vero e unico pregio di tutta l’opera, con inquadrature che, talvolta, riescono a creare un clima di tensione emotiva non indifferente, purtroppo vanificato dall’insipienza generale.
C’è di meglio in giro e ci si augura che Giada Colagrande possa andare oltre certe concezioni un po’ troppo intellettualoidi, perché ha talento. E ne abbiamo davvero molto bisogno nel cinema italiano.











