Il minimalismo è una corrente artistica su base filosofica nata negli anni ’60. Si proponeva di ridurre la realtà liberandola da ogni concetto di enfasi e riportandola ad una verità oggettuale piuttosto fredda e impersonale. Il termine fu coniato dal filosofo inglese Richard Wollheim riferendosi all’arte in genere, ove è necessario rimuovere il superfluo e focalizzare l’attenzione sull’essenziale.
Il movimento si concretizzò negli U.S.A. nell’ambito della musica colta come alternativa al serialismo europeo di Anton Webern. Nacque quindi come musica d’avanguardia, che pure vivendo di astrattismi, li evitava per orientarsi su schemi semplici basati su composizioni ripetitive che cambiano progressivamente in modo impercettibile. Si produce così una sorta di ipnosi che può indurre alla meditazione come è concepita nelle filosofie orientali.
Precursore del minimalismo musicale è considerato Erik Satie ma il primo compositore riconosciuto è La Monte Young. A seguire ci sono Philip Glass, Steve Reich e Terry Riley, tutti più o meno coetanei. In particolare Riley dopo avere composto “In C” nel 1964, autentica pietra miliare, nel ’69 con “Rainbow in Curved Air” si è avvicinato, influenzando gli avanguardisti del rock: Robert Fripp, i Soft Machine di Bob Wyatt e tutta la “scuola” di Canterbury.
Oggi Riley ha una esperienza da tramandare dopo avere sviluppato in varie direzioni le sue composizioni e dopo avere approfondito i raga indiani e la filosofia zen. E lo fa collaborando con il figlio Gyan (classe 1977) chitarrista, in una fase di sperimentazione permanente. I due sono stati lunedì sera di scena a Bari nel chiostro della Chiesa di Santa Chiara nella città vecchia per la 33^ edizione di Time Zones. Concerto sold out, di quelli che rivestono le caratteristiche dell’evento.
Padre e figlio hanno presentato i brani di un disco uscito a luglio, “Way out Yonder”, registrato insieme dal vivo in Canada, Giappone e Stati Uniti. In questo caso la musica non fa che coniugare misticismo e religiosità, psichedelia e Oriente: grandi strutture cromatiche creano ampi spazi che sanno di libertà, libertà da ogni vincolo accademico. “La ragione primaria della musica – afferma Terry – è la spiritualità. La musica viene dalla natura: cercare Dio è cercare il contatto con la natura. La mia musica è espressione di questa ricerca”.
I tempi di “Rainbow in Curved Air” sono sicuramente lontani, anche se qualche tema ce li rimanda a sprazzi. In pezzi come “Melismantra”, “The Lake”, “Dark Queen” e “Out Yonder” si leggono profonde tessiture sonore che confluiscono in una reciproca capacità di improvvisazione. La ripetitività è meno continua con gli interventi della chitarra elettrica di Gyan, il quale fa uso di pedali auto-wah, slide e glissando, di solito usati nel rock. Coloriture arrivano anche dalla clavietta utilizzata da Riley sr., in alternativa al pianoforte o all’organo elettrico dal quale si levano maestose note liturgiche. E’ un flusso continuo di emozioni e corrispondenze intuitive in cui padre e figlio si influenzano a vicenda: in qualche modo l’improvvisazione si indebita con il jazz sperimentale. “Le nostre improvvisazioni – dichiara Gyan – sono basate sull’energia che riceviamo dal pubblico, dall’ambiente in cui suoniamo, dall’acustica”. In tal senso, se la sintonia tra i due ha avuto qualche sfasatura, ciò è giustificato dalle non perfette condizioni di salute di Terry (88 anni) e del vento che ha non poco disturbato il concerto creando larghi fruscii nei microfoni.











