Anche questa decima edizione di “Di voce in voce” sotto la direzione artistica di Giuseppe De Trizio (nella foto in alto), leader dei Radicanto, è andata in scena a Bitonto al Teatro Traetta; e come per lo scorso anno sarà poi replicata all’Auditorium La Vallisa di Bari ai primi di dicembre. Tre serate intense per sei concerti di musica popolare con lo sguardo alle sponde del Mare Nostrum, sempre nell’ottica di un dialogo interculturale che si rinnova da secoli e che non può essere ignorato. E la Puglia ne è un crocevia naturale.
La kermesse è stata realizzata grazie al contributo di Pugliasounds, della Regione e dei Comuni di Bari e Bitonto; e si inserisce perfettamente proprio nel progetto di Bitonto che punta a diventare la città dei festival (sei stagioni teatrali e 50 spettacoli in programma), con l’ambizione di formare il pubblico della prossima generazione.
DI VOCE IN VOCE, LE TRE SERATE
In retrospettiva partiamo dalla serata di venerdì. E’ toccato a Maria Giaquinto, vocalist ufficiale dei Radicanto, inaugurare questa edizione: non canzoni nuove, ma una raccolta dei brani più significativi, tutti presentati con la sua consueta eleganza teatrale tra prosa e musica, con citazioni e aneddoti. Non sono mancati gli omaggi a Domenico Modugno (“U’ pisci spada” e “Malarazza”): in un’ora ha inanellato una serie di gioielli di musica popolare, canti d’amore e di libertà, di stampo squisitamente pugliese, col desiderio di superare le frontiere, perché “c’è sempre un’altra parte e la musica è il viatico privilegiato per stabilire un incontro”.
A seguire sul palco è salita la siciliana Chiara Casarico, cantante e attrice anche lei. Ha presentato “Rosa di Licata” un progetto che le è valso lo scorso anno il premio del pubblico a “Le voci dell’anima” di Rimini. E’ la storia in parole e musica di Rosa Balistreri (nata a Licata), che dopo una vita “maledetta” di miseria, povertà, sfruttamento e violenza, pur essendo semianalfabeta, diventò una famosa cantante della sua terra negli anni ‘70 e ’80: “Cantavo la mia disperazione – diceva – e cantare era la mia liberazione”. Spettacolo eccellente e di forte impatto.
Il sabato è stato il giorno delle prime assolute: sono stati eseguiti per la prima volta i brani di due dischi freschi di uscita. Il primo è “Birthplace” del pianista salentino Emanuele Coluccia, in trio classico con contrabbasso e batteria. Le note narrano di un ritorno a casa dopo un lungo viaggio, ma il viaggio più importante rimane quello interiore. Parliamo di jazz in questo caso, raffinato e senza eccessive pretese, destinato a un vasto pubblico non necessariamente cultore di jazz. Accattivante e sorprendente l’arrangiamento di “Azzurro” di Paolo Conte, unico brano non originale, in un lavoro discografico intelligente e interessante.
I Uaragniaun da Altamura stanno diventando ospiti abituali della rassegna. Anche per loro un disco nuovo, “Cilla cilla”, dal capoverso di una cantilena che ritmava saltelli a braccia incrociate nelle feste della Murgia. Maria Moramarco, voce e leader, ha raccolto una serie di vecchie filastrocche infantili per coinvolgere gli adulti di oggi che sono i bambini di ieri, e per distogliere i bambini di oggi dalle play station in una sorta di provocazione. Ma si parla anche di bambini di una volta mandati a lavorare “a comunanza” come pastori a soli 7 anni. Uno sguardo alle favole antiche, perché “la tradizione ci insegna il futuro”, qualche ninna nanna e il grande carisma della Moramarco che cattura l’attenzione del pubblico, tra motivi scanzonati e riflessioni su passato e presente.
La serata conclusiva si è aperta con un duo salentino: Claudio Prima all’organetto e Rachele Andrioli, voce e chitarra. Anche questo è un ritorno e soprattutto un viaggio “all’interno delle nostre parole e delle nostre note”. Musica di frontiera ma senza frontiere: l’Andalusia, il Brasile di Hermeto Pascoal e Chico Buarque, un valzer di popolo, vocalizzi, la luna, Mia Martini per finire con una splendida tarantella che si fa canto evocativo ed ancestrale. Alla musica dell’organetto fa riscontro la splendida voce di Andrioli, capace di regalare emozioni delicate.
Il gran finale è riservato a “Neschama” e alla musica di origine sefardita. Significa “anima” e nel disco c’è davvero l’anima dei Radicanto e di Raiz, alla seconda incisione insieme. E’ stata l’anteprima nazionale in concomitanza con l’uscita del cd. Sono dieci tracce che riprendono canti della tradizione dei Sefarditi, Ebrei approdati nel sud della Spagna ma sparsi un po’ su tutte le coste del Mediterraneo. In tal senso essi sono simbolo di multiculturalità, laddove gli scambi di costumi, usi, linguaggi, civiltà diventano motivo di arricchimento spontaneo. Raiz (Gennaro Della Volpe all’anagrafe), cantante degli Almamegretta e attore (in “Ammore e malavita” tre nastri d’argento a Venezia e 5 David di Donatello), ha una voce intensa e “sporca” come può esserlo una voce di blues. Ma il lavoro di ricerca è incentrato sulla musica orientale, così come è arrivata sulle nostre sponde: ne nasce una contaminazione che coinvolge anche la canzone napoletana, come in “Era de maggio” e “Astrigneme”. Le inflessioni vocali orientali, soprattutto arabe, creano un’atmosfera intrigante e affascinante, grazie anche agli strumenti, come l’oud, suonato da Adolfo La Volpe, e i flauti traversi di Giorgia Santoro che hanno grande rilevanza nell’economia del concerto. Alla chitarra lo stesso Giuseppe De Trizio, alle percussioni Francesco De Palma.
Dal 14 al 17 Raiz e i Radicanto saranno in Polonia a Stettino. La rassegna è completata fino al 12 ottobre da una mostra presso il Torrione Angioino di Luigia Bressan, un’artista che lavora la cartapesta.


















