Bel colpo quello messo a segno dal direttore artistico Michelangelo Busco: infatti per la rassegna “Around Jazz” del Teatro Forma ha invitato Jeff Ballard, uno dei più prestigiosi batteristi di livello internazionale, in occasione dell’uscita del suo secondo cd, “Fairgrounds”, interamente registrato dal vivo nel corso di un tour europeo del 2015. Il batterista californiano vanta un background di grande interesse che va dalla collaborazione nel gruppo di Ray Charles a quelle con Brad Mehldau e Chick Corea, fino a quelle con musicisti di casa nostra (Rava, Bollani, Di Battista). Ne risulta una personalità musicale necessariamente eclettica con una visione aperta a 360 gradi sul panorama musicale: in tutti i gruppi in cui ha suonato ha lasciato la sua impronta. Sarà stato proprio per questo suo eclettismo che si è generata un po’ di discordia nei critici per il suo album, caratterizzato forse da troppi cambi di registro tra un brano e l’altro. E’ possibile però che l’incoerenza siano proprio il fil rouge dell’album: ne dobbiamo prendere atto quando Jeff afferma che nel disco “c’è completa libertà di scelta nella direzione musicale; questo è l’unico criterio, che è di per sé stesso abbastanza sperimentale”.

Tale eterogeneità emerge nel primo brano di apertura del concerto, lungo una trentina di minuti. Da una identità poco strutturata e disorganica affiorano elementi minimali, accenni di free jazz, momenti melodici: è come un girare intorno a qualcosa di invisibile. Ma la divagazione è destinata a durare poco per fare posto a un live di assoluta qualità, dove i paesaggi sonori si scambiano e si fondono in un baricentro immaginario, forte e sempre filtrato da una personale interpretazione. D’altra parte i musicisti che accompagnano Jeff sono tutti collaudati e di alto livello: Lionel Loueke alla chitarra, stabilmente nel gruppo di Herbie Hancock; Kevin Hays, prezioso cesellatore alle tastiere (ben tre) e all’elettronica; Chris Cheek ai sassofoni.

Largo spazio viene lasciato all’improvvisazione, grazie a un interazione forte che ruota intorno alle idee del batterista, a un andamento non preciso, forse come quello delle giostre di un luna park al quale Jeff fa frequentemente riferimento. Ma lui rimane “un pittore di musica”, come lo ha definito Chick Corea. Lo si nota negli scorci blues e rock, nelle dissonanze ricercate, nella varietà del groove, nelle atmosfere liquide di un paio di pezzi melodici che splendidamente vengono ad allentare tensioni.

Ci sono due omaggi articolati e stravolti: uno a Paul McCartney con la sua ballad “Waterfalls”, e uno a John Surman con la complessa “Line Down”. Più accessibili e godibili risultano i brani cantati da Loueke o da Hays: “The Man’s Gone”, con reminiscenze funky; “Hit the Dirt”, ripetitiva e apparentemente semplicistica; “Marche Exotique”, intima, raffinata, sofferta, vagamente triste; l’ardita “Grungy Brew”, certamente summa ed emblema del concerto; “Soft Rock”, delicata e liquida.

Dopo due ore di musica non c’è bisogno della solita manfrina per concedere un bis: “Cherokee Rose” vale come significativo commiato.

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