Mentre mezza Italia dormiva e quasi tutta l’altra metà aveva qualcosa di meglio da fare, pochi impavidi telespettatori resistevano davanti ai teleschermi in attesa della proclamazione del vincitore di Sanremo 2019. Mahmood trionfava tra gli applausi, soprattutto quelli dei discografici, Ultimo arrivava secondo e Il Volo si schiantava al terzo gradino del podio, ridimensionando la spocchia degli eredi del Trio Monnezza (gli indimenticabili Pupo-Filiberto-Canonici, per chi avesse rimosso questo ricordo traumatico).

Noi siamo oltre e non ci limitiamo alla mera cronaca di una morte annunciata (quella della musica). Quindi, anche quest’anno, ripasseremo insieme l’alfabeto sanremese, tralasciando le lettere straniere anche perchè questo è il Festival della musica italiana, come il buon Baglioni ha sempre sottolineato. Dove l’Italia è stata la protagonista assoluta, dove gli ospiti stranieri erano quasi totalmente assenti, dove gli omaggi a Guccini e Macario erano doverosi, dove l’amore vince sull’odio in nome del tricolore.

E dove vince uno che parla di soldi con l’accento egiziano.

1A come Acido

Achille Lauro e la sua canzone che, pare, sia un inno alla MET. Per rincarare la “dose”, duetta pure con Morgan, dando vita ad una nuova accoppiata nel segno di Walter White e Jesse Pinkman. Vabbè, se “Rolls Royce” è anche il nome di un acido, dovremmo togliere dal mercato dei videogame tutti i SuperMario?

2B come Bertè

La Signora del rock italiano. Una spanna sopra Gianna Nannini e Irene Grandi, con cui duetta. Sempre improponibile nei suoi abiti, con la faccia di De Niro in “Toro Scatenato”, due gambe che le ventenni se le sognano, grinta e voce. E canzone trascinante. Meravigliosa per eccesso e per difetto.

3C come Conflitto d’Interessi

Antonio Ricci si è sempre vantato del suo astio nei confronti di Baglioni. Quest’anno ha scovato che quasi tutti i cantanti hanno lo stesso agente, che è lo stesso del direttore artistico. Come dire, se hai una squadra di calcio piena di giocatori rappresentati da Raiola non meriti di vincere lo scudetto. Il dubbio c’è, per carità, le raccomandazioni sono sempre certe a Sanremo ma tanto è la radio che decreta un successo. Polemiche sterili come il Gabibbo senza pisello.

4D come Durata

Ventiquattro cantanti tutti insieme nella stessa serata sono peggio di una giornata di Jack Bauer. Insostenibile, da far sanguinare gli occhi e, in qualche caso, anche le orecchie. Il direttore artistico si è pentito della scelta, affermando che venti sarebbe stato un numero più equilibrato. Ma facciamo anche sedici…

5E come “E adesso la pubblicità”

Una delle canzoni più efficaci e descrittive del buon Claudio, che non manca di interpretare nell’ultima serata. Avesse cambiato un verso in “Oggi è quasi una settimana di noia” avrebbe reso maggiormente l’idea di quello che è accaduto nelle case degli italiani.

6F come Fischi

Ci sono due cose che a Sanremo non dovrebbero mai mancare. Cavallo Pazzo che minaccia di fare bunjee jumping senza corda dal loggione per ben 2 metri e i fischi del pubblico che sembra pronto a occupare il palco. Ieri sera l’esclusione della Bertè dal podio ha scatenato l’ira della platea ma siamo lontani dal momento più trash del secolo, quando ne 2010 l’orchestra buttò gli spartiti in aria per l’eliminazione di Malyka dal trittico vincitore. Tanto per farvi male, vi ricordo i tre finalisti di allora: Mengoni, Scanu, Trio Monnezza. E no, non vinse Mengoni.

7G come Giorgio: Gaber

Quest’anno il Signor G avrebbe compiuto ottant’anni. Neanche una parola. Fa rabbia constatare come uno dei geni della musica italiana sia stato dimenticato proprio da chi aveva dedicato questa edizione esclusivamente alla melodia tricolore. Troppo anarchico, troppo avanti per essere omaggiato? Personalmente, una mancanza vergognosa e intollerabile, per cui tutti dovrebbero vergognarsi.

8H come Hadley

Uno dei momenti “macosacaxxo sta succedendo?!” più belli di questo Festival. Il duetto tra Arisa e Tony è qualcosa che va non si sarebbe immaginato nemmeno Syd Barret sotto acido. Ma funziona dannatamente bene perchè diverte, sia per la verve dei due cantanti, sia per quel meraviglioso accento alla Dan Peterson di Tony. Bellisimo e, a tratti, più comico di due comici a caso presenti sul palco…

9I come Immortale

Militello, provincia di Pippo Baudo. Basta questa famosa battuta per incorniciare cos’è Pippo. Relegato ad un’apparizione di qualche minuto, come per dire “beccati qualche applauso ma poi levati dalle palle”, Pippo E’ il Festival. Meritava qualcosa di più e poteva insegnare qualcosa di più a chi ha preso il suo posto. Ok al cambiamento ma se poi metti di fronte le due facce della medaglia è normale che il paragone scatta in automatico.

10L come Leocorni

Dai tempi di “Anima Mia”, Baglioni ha cominciato un’operazione simpatia per scrollarsi di dosso l’etichetta di cantante dell’agonia. Lo vedemmo nei panni del Signor Spock con tanto orecchie a punta, con gli stivaloni a stelle e strisce, cantò “Nano Nano” e “Ufo Robot”. Quest’anno si è lanciato nella filastrocca dei coccodrilli e l’orangotango. A’ Clà, c’hai un’età adesso… Però potevi pure farla “Mazinga”, quella era bella…

11M come Mollica

Vincenzo Mollica è per Sanremo come il Colosseo per Roma. Sempre presente nei tg, pacato, divertente, affabile e amichevole. Un signor Gionalista come pochi che, nonostante i problemi di salute molto gravi, continua il suo lavoro senza perdere la sua classe innata. Un esempio per chiunque scriva di spettacolo. Maestro assoluto.

12N come Noia

Ammettiamolo, è stata un’edizione oltremodo noiosa. E stavolta non per le canzoni, quelle complessivamente non erano inudibili (a parte la depressione strisciante in molti testi). Il trio Baglioni Bisio Raffaele non ha mai ingranato nemmeno durante gli sketch, colpa forse dei diktat della RAI come ha sottilmente insinuato Bisio in conferenza stampa. Ma non puoi incatenare due fuoriclasse della comicità, è deprimente per loro e per gli spettatori. Si salva in corner Virginia nell’ultima serata, dove torna a fare quel che sa fare meglio, l’imitatrice, e raccoglie una meritatissima standing ovation.

13O come Ospiti

Ramazotti, Ligabue, Vanoni, Amoroso… Si, ok, andiamo sul velluto chiamando i pezzi da novanta. Ma si sentiva la mancanza della superstar internazionale, quel qualcosa che per un attimo ha sempre proiettato il Festival oltre il confine.

14P come Pio e Amedeo

Due ragazzi che hanno tenuto il palco senza cantare ma facendo sganasciare dalle risate chiunque, sia da casa che nel teatro. Pio e Amedeo sono arrivati lì dove Bisio e la Raffaele non sono riusciti ad approdare: divertire. La loro partecipazione è da antologia della tv, con un finale che non ti aspetti da lacrime agli occhi. Bravi bravi bravi.

15Q come Qualità

Una tacca sopra altri Festival per l’intensità dei brani. Non tutti erano degni di menzione ma, nel complesso, è stata un’edizione che ha portato bei testi. Cristicchi su tutti, con una poesia pura che colpisce l’anima. Premio “frasedimmerda” a Il Volo con “siamo sole in un giorno di pioggia”. La sapevo scrivere anche io dopo due bottiglie di Johnny Walker.

16R come Rodere Il Culo

Talbot disse “L’importante non è vincere ma partecipare”. Ironicamente, se ti chiami Ultimo e arrivi secondo dovresti accendere un cero a Madonna (la cantante). Ma il ragazzo pare non l’abbia presa molto bene e, in sala stampa alla fine del Festival, sfodera un rodimento di deretano che non t’aspetti. Afferma che la vera vittoria sarà sancita dal pubblico e non dal Festival e poi incespica pure sul nome del vincitore, facendo finta per un attimo di non ricordare come si chiami. Caro, vola basso. Sei giovane e hai tutta la carriera davanti, per fare la star capricciosa hai tempo. Ora sembri solo uno che rosica dannatamente e le ragazzine cambiano presto idolo…

17S come Saluti

Dai Casamonica a la chiunque i saluti si sono sprecati sul palco di Sanremo. Non si è salvato nemmeno il cappello di Bastianich (sic!). Manco si stesse andando al 41bis che non vedrai più nessuno per il resto della tua vita. Premio “Salut’m a sorete” a Claudio Baglioni che, parlando di un equino protagonista di un suo video degli anni ’70, è riuscito a dire “Salutiamo il cavallo! Ciao cavallo!”. Psichedelia pura.

18T come Toilette

Oh, quando scappa scappa! Ne sa qualcosa il pianista dell’orchestra che, colto da un impellente bisogno fisiologico, abbandona la postazione per correre al bagno. Fatto sta che la cosa si protrae un po’ troppo e, nel frattempo, Patty Pravo fa il suo ingresso sul palco. Un minuto di imbarazzo puro, in cui la ex ragazza del Piper perde la pazienza, ma poi il maestro torna al suo sgabello. Pare che, alla fine della canzone, ci fosse una coda lunghissima ai cessi dell’Ariston.

19U come Ultimo

No, non quello di prima, ma bensì Nino D’angelo. Classificato nella parte più bassa della classifica, Nino si é presentato con un pezzo francamente incomprensibile. Il tentativo di reinventarsi non va oltre i confini partenopei, ammesso che almeno lì lo abbiano capito. Dispiace dirlo, perchè è comunque un’icona, ma la sua partecipazione è stata davvero discutibile. Restano sempre i matrimoni al Castello delle cerimonie, Nino…

20V come Vessicchio

Solo una cosa: ARIDATECE VESSICCHIO!!!

21Z come Zarathustra

E così parlò pure Baglioni. Ben lontano dall’esoterismo di Nietzsche ma con un qualcosa di profetico e moralizzante, Claudio si lancia ogni tanto in pippotti difficili da sopportare. Poetici forse, inutili sicuramente. Siamo ben lontani dalla sindrome di Adriano Celentano, uno che è partito con le crisi mistiche con “Joan Lui” e si è schiantato su “Adrian” con un botto epico passando dalle “e” senza l’accento, ma ci auguriamo che Claudione non cada nella trappola del rincoglionimento dell’artista nella terza età. Quanto ci manca Califano…

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