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La Content Academy Masterclass a Bari: un evento speciale per riflettere, raccontare e comunicare

Il palco che vedete nella foto, quello dell’Anche Cinema di Bari, ha ospitato professionisti della comunicazione provenienti da tutta Italia, il 24, 25 e 26 maggio. Sto parlando de La Content Academy Masterclass, realizzata da Luisa Ruggiero, Cristiano Carriero, Marco Napoletano e Alessandro Piemontese de La Content Academy, azienda che si occupa di marketing, storytelling, content curation, digital pre social media marketing, ossia di produzione, costruzione e promozione di contenuti e relazioni in ambiente digitale. È stata la seconda edizione di un evento che è probabilmente destinato a crescere considerandone la qualità e il primato geografico: qualche tempo fa, per poter ascoltare relatori come quelli ospitati, si era costretti a spostarsi più a nord.

Ben dosate nel programma la parte più tecnologica e quella creativa. Da un lato strumenti e precise strategie, ad esempio con Ale Agostini, esperto di digital marketing, che ha illuminato i più di 300 partecipanti (me compresa) sulla keyword search su Google per il piano dei contenuti, e con Veronica Gentili, specialista in Facebook marketing, che ha spiegato cosa fare e non fare per migliorare le campagne pubblicitarie sul social network. Dall’altro è stata sfiorata la sfera più emotiva, attraverso la storia e le illustrazioni di Francesco Poroli, e il vortice di racconti che ha avuto inizio con la performance di Michele Dalai, ne “Il vecchio e il tour”, un omaggio al ciclista Gino Bartali, e ha continuato a travolgere tutti con l’intervento di Matteo Caccia della domenica pomeriggio, poi conclusasi con il suo “Don’t tell my mom”, il live story show in cui chiunque può rivelare un episodio della sua vita che non vorrebbe sua madre sapesse.

Ci sono stati tanti altri incredibili ospiti e potrei continuare a parlarvi, come in parte ho fatto nel paragrafo precedente, di termini e ambiti da addetti ai lavori. Ma c’è una riflessione che desidero condividere. Lo spunto sono state le parole di Paolo Iabichino, direttore artistico nel settore pubblicitario, docente della Scuola Holden e giornalista. Le aziende, per promuovere i propri prodotti, non costruiscono più oggetti di senso, racconti e messaggi a cui valga la pena aderire, non per rubare un “like” ma per cambiare un piccolo frammento di mondo. Il suo discorso era un vestito cucito sulla realtà della promozione di un brand ma che, man mano che è stato intrecciato nel corso della sua presentazione, mi sono resa conto calzare benissimo anche sulla situazione attuale in cui versa il giornalismo. L’editoria ha subito lo shock della disintermediazione causata dall’avvento di internet e noi giornalisti, nella maggior parte dei casi, siamo colpevoli di aver smesso di pensare a chi c’è dietro lo schermo, alla persona che leggerà i nostri contenuti. Troppo spesso si scrive per pubblicare per primi, si cerca di acchiappare click, preoccupati per i numeri da raggiungere e le metriche da superare per poter garantire la sopravvivenza di un progetto editoriale. Quasi una nevrosi che probabilmente potrebbe essere superata ritornando a esercitare il mestiere al meglio delle nostre possibilità, raccontando i fatti, spiegando al lettore la realtà in cui viviamo tendendogli la mano, coinvolgendolo.

Proprio ieri è venuto a mancare Vittorio Zucconi, il giornalista che, forse meglio di tutti, è riuscito nel corso della sua intera carriera a essere vicino ai lettori, con uno stile sempre fresco senza perdere precisione e messaggio, con una scrittura che si trasformava in racconto per entrarti prima nel cuore e poi nella mente. Ho incontrato le sue pagine per la prima volta quando frequentavo le scuole medie: era l’autore del mio libro di narrativa, “Stranieri come noi”, una raccolta di racconti, episodi della vita di ragazzi che vivevano in differenti nazioni e che si scontravano con problemi legati al pregiudizio e all’emarginazione. Quello è stato probabilmente per me e alcuni dei miei compagni di classe il primo contatto con quello che succedeva fuori dalle nostre case, dalla nostra nazione, al di là delle nostre vite e delle nostre abitudini. Una finestra sul mondo.

La buona comunicazione (giornalistica e non solo) deve alimentare il desiderio di aprire quella finestra. Non sono solo parole, come mi ha insegnato Vittorio Zucconi quando ero poco più di una bambina e come sono stati in grado di ricordarmi questi giorni trascorsi a La Content Academy Masterclass.

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