Amleto è personaggio teatrale entrato di diritto nell’immaginario collettivo: Shakespeare ne ha fatto il protagonista di una tragedia tra le più significative e cruente del teatro elisabettiano. Tanti attori e compagnie lo hanno portato sulle scene assumendosi l’onere di una interpretazione impegnativa, non tanto per una sfida professionale, quanto per il fascino che sprigiona l’opera.

Anche Andrea Cramarossa del “Teatro delle Bambole” vi si è cimentato, ma lo ha fatto in una forma diversa: ispirandosi alla prima scena del terzo atto (in Shakespeare il III atto di ogni sua drammaturgia è sempre cruciale) il regista barese ha (ri)creato una performance in cui di quella scena è rimasto solo un pallido riflesso.

Il celebre monologo “Essere o non essere…” è solo una citazione. E’ stato come interpretare il tema musicale di una composizione jazz lasciando via libera all’improvvisazione; solo che in questo caso quella improvvisazione è diventata esatta partitura: gli strumenti sono i personaggi ed Amleto il direttore d’orchestra. “Ogni pagina di Shakespeare è un universo – dice Cramarossa – Anche da una sola battuta si può accedere ad altri mondi.”

Ofelia ed Amleto, fantasmi e proiezioni delle nostre azioni, si ritrovano in un altro dove (forse il limbo): è un incontro/scontro per far emergere una verità in un gioco illusorio in cui non si capisce chi stia mentendo. Ogni personaggio di Shakespeare ha una sua verità; ma la verità di ogni drammaturgia diventa finzione di scena condivisa, e ritorna quindi falsità se portata nel reale.

Gli attori sono lucciole, stelle, rientrano in un mondo cosmico dove echeggia il suono dei pianeti e del quale lo spettatore è invitato a far parte.

Così la pièce si apre alla maniera del Living Theatre: Amleto (Federico Gobbi) è in platea con una lampadina puntata sul pubblico a ricordare che sono tutti protagonisti, (spett)attori, e nessuno deve sentirsi escluso da quello che sta accadendo in sala. “Il fantasma mi tormenta e mi obbliga – dice – “Dov’è l’aria? Che ne avete fatto? Io ho visto l’infinito; esso ha un suono definito.”

E’ solo l’inizio di un testo (diventato anche un libro pubblicato dall’Editore Fondo Verri di Lecce) tutto incentrato su un indiscutibile afflato poetico, pura letteratura sospesa fra prosa e poesia. La performance va avanti fra dialoghi Amleto/Ofelia (Isabella Careccia) e lunghi monologhi, mentre lo schermo sullo sfondo rimanda immagini di vita quotidiana, labbra, luci misteriose nella sera, danze sull’erba, come il geniale passo a due sul palco sulle note della famosa ballata russa “Tomnaja Noch”.

E ci sono le maschere, immancabili, come nell’antica tradizione greca, paravento per non far trapelare i nostri sentimenti più segreti. La chiave di lettura è da ricercare forse nell’eterno binomio “eros/thanatos”: Amleto amava Ofelia, che però si suicida sopraffatta dagli eventi; “un amore che una tragedia di tal fatta non poteva accogliere”. E nell’introdurre lingue diverse (inglese e francese) si configura la volontà di un linguaggio universale, “la voce delle stelle o la voce antichissima, lontanissima, della terra”. E’ l’invito ad andare oltre e varcare la soglia, quella della normalità e della consuetudine.

“False Hamlet” ha un sottotitolo, Opera teatrale in Fa maggiore, affidato alla libera codifica del pubblico. Noi vi abbiamo letto un plausibile riferimento alla musicalità della voce umana.

Ottima la prova dei due attori, Federico Gobbi e Isabella Careccia, perfetti interpreti delle idee di Cramarossa e de “La lingua degli insetti”, un progetto artistico che è necessario assimilare pienamente, facendo ricorso anche a percorsi di training.

La coerenza ha un costo, ma alla distanza paga: il “Teatro delle Bambole” si pone sulla scena barese come il più qualificato teatro di nicchia.

Banner donazioni