HomeCulturaTeatro: "Orgia" di Pasolini, a Bari la metafora dell'esistenza reale

Teatro: “Orgia” di Pasolini, a Bari la metafora dell’esistenza reale

L’ambiente di Spazio 13, ex scuola media del quartiere Libertà di Bari ora centro di rigenerazione urbana, si presenta come un garage, del tipo di quelli in cui nascevano le forme di teatro alternativo negli anni ’60. Ed è proprio nel 1966 che Pasolini scrisse “Orgia”, una tragedia in versi formata da un prologo e sei episodi. Lì Andrea Cramarossa, regista fondatore del Teatro delle bambole, ha allestito la pièce a conclusione del progetto di ricerca “Nella Terra di Mezzo: le parole di Pasolini”. In questo caso il regista si è direttamente ispirato al debutto della tragedia, avvenuto nel 1968 ad opera del Teatro Stabile di Torino, sotto la direzione dell’intellettuale bolognese. Nel rispetto di quella messinscena, si è anche voluto ricreare un senso di scomodità per gli spettatori, sia all’ingresso sia all’interno, con sedie poco confortevoli; un modo per disturbare ogni riferimento borghese legato al teatro. E Cramarossa non si è soltanto attenuto alla versione integrale dell’opera, ma ha anche applicato quel ‘Teatro di parola’ che Pasolini ideò in opposizione alle due forme teatrali classiche: infatti nello spazio del locale non esiste palcoscenico, e gli attori sono quasi a contatto con gli spettatori.

La vicenda si svolge nella notte di Pasqua fra due coniugi borghesi, Uomo e Donna, i quali danno sfogo ai loro bassi istinti, in un violento rapporto di sadomasochismo che si svolge come un rito. Con una forza cruda e poetica gli attori (sono cinque e si esibiscono in coppie a turno) di fronte al pubblico recitano un linguaggio denso con movimenti ridotti, essenziali, ed espressioni quasi nulle. Uomo è il carnefice, Donna lo sfrutta e ne accetta la violenza, fisica e psicologica, con il piacere della sottomissione (“Voglia di violare e di violarci”). Una fredda inquietudine si trasmette allo spettatore sbigottito e turbato, come un pugno allo stomaco. Il corpo, la carne, vengono oltraggiati, lacerati, straziati, fino al sacrificio finale. La parola ha architetture complesse, criptiche, che avvince e induce a interrogarsi, e serve a nascondere l’impossibilità di agire: si parla per non agire. È in atto il conflitto con la ‘normalità’, con l’ipocrisia dell’omologazione e del conformismo che comportano l’incapacità di trovare una collocazione nel mondo. La società consumistica si regge sulla violenza dei rapporti, ha ormai ucciso ogni forma di autenticità, ha generato disorientamento e un’angoscia per la quale non esiste rimedio. Ed ecco allora, proprio come nel sadomasochismo, il rapporto, perverso anche questo, fra schiavo e padrone. Chi non accetta questo ruolo nella società viene subito bollato come diverso: “Negro, ebreo, mostro, cosa sei venuto a fare?”.  Donna, incapace di obbedire fino all’estremo, uccide i figli e si suicida: uccidere per uccidere, per ricordare che l’essere umano dai tempi di Caino e Abele continua a uccidere, anche se parla ipocritamente sempre di pace. Il male, così messo a nudo in tutto il suo orrore, fa parte della nostra struttura mentale, e se stiamo stati programmati anche per il male, qualcosa vorrà pur dire.

Uomo ripropone lo stesso rito sadomasochista con una prostituta, ma fallisce, con la disperazione e la sofferenza della poveretta. A questo punto Uomo si ribella al potere che lo opprime, rivendica la sua diversità e poiché’ “non esiste nessuna cosa eccettuata la morte”, si impicca come ultimo atto di protesta. Suicidio come liberazione? Forse, ma l’autodistruzione è una fuga dalla realtà, è la rinuncia alla lotta, mentre, se è vero che è il più debole a soccombere, anche il più forte soccombe, vittima inconsapevole. La distruzione totale della famiglia rientra nelle visioni di Pasolini, il quale, a proposito di “Orgia” ebbe a dire: “E’ il dramma della disperata lotta di chi è diverso, contro la normalità che respinge ai margini e crea ghetti; è il rapporto fra diversità e storia”.

Ora, nell’era digitale, i tempi sono cambiati e a favore del potere, forse perché, come sostiene il filosofo Byung-chul Han “il futuro è l’autosfruttamento infinito”, nel senso che l’uomo ha interiorizzato proprio quel potere, diventando al tempo stesso padrone e schiavo di sé stesso.

Sulla scena gli attori si alternano, e chi non recita rimane seduto con lo sguardo fisso nel vuoto; nel corso della pièce indossano maschere, si cambiano e scambiano gli abiti, lasciano scivolare fogli come tempo inutile che trascorre. Sono Emilia Brescia, Caterina Orlando, Ilaria Ricci, Federico Gobbi, Maurizio Sarni: un plauso a tutti per impegno, dedizione e convinzione.

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