Cosa spinge una musicista israeliana a trasferirsi negli Stati Uniti per studiare jazz e poi proseguire in Brasile alla ricerca di contaminazioni all’apparenza impossibili? E come miscelare la musica klezmer con il jazz afro-americano e il “choro” brasiliano? La risposta non può che essere una: l’universalità del linguaggio musicale. Dopotutto la musica è “una” come espressione artistica; le distinzioni sono arrivate dopo.
La breve introduzione è per parlare di Anat Cohen, clarinettista di Tel Aviv, che, dopo aver fatto tappa al “Blue note” di Milano, ha inaugurato la undicesima edizione di “Nel gioco del jazz”.
Anat nasce nel 1975, sorella di altri due musicisti affermati come il trombettista Avishai (già visto un paio di volte a Bari) e il sassofonista Yuval.
A 21 anni è già al Berklee College of Music di Boston e circa 10 anni dopo è proclamata clarinettista dell’anno dalla Jazz Journalist Association. Da allora è sempre nei primi posti nei sondaggi di critica di Down Beat e ha ricevuto numerose nomination per i Grammy Awards della musica. Molteplici e suscettibili di arricchimento sono le sue esperienze, variando spesso la formazioni dei gruppi con i quali suona. L’incontro con la musica brasiliana deve averla folgorata, soprattutto il “choro”, struttura portante della musica del Brasile: nata nel 1870, “choro” abbraccia diversi stili occidentali, come il valzer e la polka, e sudamericani, come il tango brasileiro e il frevo, per finire ad influenzare poi samba e bossa nova. Uno dei maggiori esponenti del “choro” è stato Pixinquinha.
Anat incide due splendidi cd ispirati da questo stile: “Alegria da casa” nel 2016 e “Rosa dos ventos” l’anno dopo. La accompagna il Trio Brasileiro formato da Douglas Lora alla chitarra, Alexandre Lora alle percussioni e Dudu Maia al mandolino. Mandolino? Ebbene sì! Anche il mandolino è ora inserito in un contesto jazz: anche se la sua forma ricorda quella del banjo le note sono molto diverse. Il fatto è che il mandolino ci sta nel “choro” e di conseguenza è stato felicemente adottato dal jazz di Anat.
Nel corso del concerto i brani si alternano gradevolmente e rispecchiano lo spirito della musica sudamericana di origine afro: allegria e solarità sui registri alti, tristezza e nostalgia (saudade) sui registri bassi. Dalla iniziale “Murmurando” si passa a Choro pesado” passando da “Baiao da esperanca”, “Valsa do sul”, “Santa Morena” e “Waiting for Amalia” fra le altre. Non manca un omaggio a Baden Powell “In the spirit of Baden” e una riflessiva “Anat’s Lament”. In una collaudata polifonia di gruppo tutti hanno un ruolo alla pari (Anat non ama la posizione della front-woman), ma sono anche liberi di improvvisare e creare, integrati in una perfetta intesa di interplay.
Sul palco il quartetto si scompone e ricompone variando formazioni e soluzioni musicali. Non è latin jazz, ma è un modo differente e originale di approccio del jazz alla musica brasiliana, ricco di colori nuovi ed eclettici. Il jazz dei neri dell’America del Nord scende nell’America del Sud e incontra la musica di altri neri pure deportati dall’Africa: si riforma un’unica cultura, seppure con l’influenza dei bianchi dominatori.
Il concerto si chiude in allegria con “Uma a zero” di Pixinguinha fra gli applausi dei presenti, pochi in verità. E gli assenti? Hanno sempre torto, proprio per essere assenti! Pubblico distratto o il messaggio non è stato recepito a dovere?
La rassegna va avanti con prestigiosi appuntamenti: citiamo Dave Liebman, Norma Winstone e Ambrose Akinmusire fra gli stranieri, Franco D’Andrea, Roberto Gatto e Paolo Damiani fra gli italiani. Il 19 ottobre fuori abbonamento ci sarà un imperdibile concerto di Brian Auger, icona degli anni ’60 per l’organo Hammond. Prossimo appuntamento il 6 ottobre con il quintetto di Tom Harrel. Tutti i concerti si tengono all’Anche Cinema Royal.












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