Non riesco ancora adesso, a distanza di 40 anni circa, a dissociare la figura artistica di Franco D’Andrea (come quelle di Claudio Fasoli, Bruno Biriaco, Giovanni Tommaso) dal “Perigeo”, quel gruppo di jazz rock che dal 1972 al 1978 ha affascinato la scena italiana. Album come “Azimut” e “Abbiamo tutti un blues da piangere”, in particolare, sono stati letteralmente consumati dalla puntina del mio giradischi. Al Perigeo e ai loro pari grado del Weather Report va il merito di avere avvicinato il pubblico del rock alla musica jazz, operando una delle prime e più famose contaminazioni. Ed è ancora vivo in me il ricordo di un loro concerto al Galleria nel 1976. Mi si perdoni la divagazione, ma valga come introduzione.
Franco D’Andrea oggi a 78 anni ha ancora la vitalità creativa di un giovane musicista, sempre in movimento, attivo ricercatore e innovatore. Negli anni ha inciso musica in 200 dischi e ha elaborato un’esperienza esclusiva che va da Lee Konitz a Dave Liebman, da Max Roach a Johnny Griffin e Gato Barbieri, col quale incise la colonna sonora di “Ultimo tango a Parigi”. Attualmente insegna pianoforte alla Accademia Nazionale di Siena e dirige la “Mitteleuropean Jazz Academy” di Merano, città nella quale è nato. Non gli sono mancati premi e riconoscimenti: per ben 12 volte (anche nel 2018) è stato nominato “Musicista italiano dell’anno” e ha collezionato un “Prix du musicien européen” e un “Honorary Award”. Ma al di là di titoli ed onorificenze il pianista rimane uomo schivo e coerente, teso a scoprire universi sonori sempre più larghi e totali: “ Il jazz è la musica più spontanea che ci sia – ama dichiarare – un linguaggio molto umano.”
Con il desiderio di ascoltare jazz di gran classe il pubblico barese è andato ad incontrarlo sul palco dell’Anche Cinema Royal, dove Franco è stato invitato per la rassegna “Adelante” dell’associazione “Nel gioco del jazz”. Nell’arco della sua attività artistica D’Andrea ha spesso mutato la composizione dei suoi gruppi, passando dall’ottetto al trio. E nello stesso trio ha pur cambiato: con tromba (Bosso) e trombone (Petrella); con due contrabbassi; o il classico con contrabbasso (Tavolazzi) e batteria (Manzi). Questa volta ha preferito Enrico Terragnoli alla chitarra e il sorprendente Mirko Cisilino alla tromba.
Pur avendo pubblicato a giugno un doppio cd, “A Light Day”, per piano solo Franco ha deciso di abbandonare in questo tour il discorso individualistico a favore di un linguaggio dai toni molteplici: le sonorità si compongono in un caleidoscopio sempre vario e intenso, nel quale l’esplorazione del mondo interiore viene pienamente condivisa. Se a Terragnoli è affidato il compito di “accompagnare”, Cisilino, con l’utilizzo di varie sordine alla tromba, è un’eccellente “spalla”, se non vero coprotagonista. E mentre viene salvaguardato il discorso introspettivo, rimane sempre viva quella tensione dialettica tra Africa e Occidente, ove la tradizione si presta felicemente ad essere innovata senza ombra di presunzione.
Nel corso del concerto abbiamo ascoltato composizioni originali di Franco (“Altalena”, “Two Colors”, “Six Bars”) ma anche classici e standard pescati nei primi del ‘900 alle radici del jazz afroamericano, come il “Tiger Rag” (1917) di Nick La Rocca, successo della Original Dixieland Jass Band, o il “Livery Stable Blues” di Ray Lopez, pure del ’17. Altri omaggi sono “St. Louis Blues”, il “Turkish Mambo” di Lennie Tristano, “Pent up House” di Sonny Rollins. Citazioni come flash luminosi si colgono qua e là: “Summertime” dalla tromba, “Take the A Train” dai tasti del pianoforte. D’Andrea (re)interpreta, (ri)veste di nuova luce, (ri)definisce filtrando attraverso il suo approccio personalissimo. E la coscienza individuale si fa collettiva.
Cresce intanto l’attesa per il prossimo concerto: il 29 ottobre in scena al Royal ci sarà Brian Auger e l’”Oblivion Express”. Da non perdere.











