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Sarah Jane Morris chiude in grande stile la 28esima edizione di Bari Hi-End

Si è chiusa nel migliore dei modi la 28^ edizione di Bari Hi-End, la mostra di Alta Fedeltà che negli ultimi anni si sta facendo sempre più varia e allargata. In due giorni veramente intensi si sono susseguiti seminari, presentazioni di libri, concerti, jam session, format, dj set; presenti anche alcune case discografiche e le riviste del settore, più una liuteria e un’area di circa 800 mq destinata al vintage e al food.

Non sono mancati, come di consueto, concerti evento a chiudere le due serate. Il 30 si è esibito con il suo quintetto Anthony Joseph, poeta, scrittore e musicista, di Trinidad: trapiantato in Inghilterra è considerato leader della “Black Avant Garde” britannica. Il suo è un mix di jazz, funky e poesia di chiara ispirazione caraibica.

Ma a focalizzare l’attenzione è stato il concerto di Sarah Jane Morris e Antonio Forcione in programma domenica. Della cantante di Southampton si sa ormai quasi tutto: artista a tutto tondo dalle capacità vocali in grado di coprire ben quattro ottave; una voce opulenta dal forte impatto emotivo, calda, possente, accostabile solo a quella di Nina Simone.

Antonio Forcione è originario del Molise, ha frequentato l’istituto d’arte ma nel 1983 si trasferisce a Londra, con in mente il suono della chitarra di John McLaughlin.

Ed è in Gran Bretagna che diventa una celebrità, un menestrello dell’acoustic jazz, con prestigiose citazioni su “The Guardian” e “The Times”, e collaborazioni con Bob Mc Ferrin, Charlie Haden, PhilCollins. Se per la Morris l’Italia è la sua seconda casa, per Forcione lo è l’Inghilterra. I due si incontrano nel 2012 e scocca una scintilla artistica che li porta a incidere un cd tre anni fa, “Compared to What”: è un disco di forte impatto, composto da 8 brani originali e 4 interpretazioni (brutto dire “cover”). Vengono affrontati temi sociali in maniera profonda e sentita, come quello della violenza sulle donne e le migrazioni nel Mediterraneo, ma su tutto la musica è sovrana. Ed è questa musica che ha trionfato anche sul palco dello Sheraton in una delle migliori performance viste quest’anno a Bari.

Forcione apre il concerto con “Heart Beat” e dà subito prova di talento col suo modo singolare di suonare la chitarra: se la mano sinistra tiene regolarmente la tastiera, con la destra non pizzica le corde ma le percuote semplicemente. Il suo modo di uscire dagli schemi convenzionali è il risultato di una esplorazione dello strumento che va oltre i linguaggi consueti, alla ricerca di una espressività creativa e imprevedibile. “Io non seguo stili – ama dire – L’importante è la musica che mi si avvicina. La musica è Dio e noi siamo i canali per realizzarla.” Con questa confessione di umiltà nella sua esibizione non c’è mai autocompiacimento, mai sfoggio di bravura. Nel dialogo con Sarah, Antonio tesse la tela sulla quale la sua amica dipinge con i colori della voce; “lei fa con la parola quello che io faccio con a chitarra”, dice. Sono due personalità forti e complesse che entrano in perfetta simbiosi.

Sarah tra un brano e l’altro si rivolge spesso al pubblico per raccontarsi e stabilire un contatto, il più amichevole possibile. Parla della perdita della madre, della separazione dal marito; parla di inquinamento, razzismo, fascismo e sfruttamento, prendendone le distanze. E scende anche un paio di volte in platea ad immergersi nel calore umano dal quale si sente avvolta.

Ma è la musica regina assoluta: “Comfort Zone” e “The Sea” hanno una forza di rara efficacia che coinvolge il corpo e la mente, pugni diretti contro la violenza e lamenti per le vittime. Ironica e deliziosa “All I Want is You”, delicata “Awerstruck”, canzone d’amore. E poi con arrangiamenti essenziali ed intelligenti arrivano “Message in a Bottle” di Sting, “Superstition” di Stevie Wonder e la “Compared to What” di Gene Mc Daniels” che ha subìto una inflazione di interpretazioni. Forcione dedica poi “The Cool Cat” a Henry Mancini, per la quale si cura lui stesso di sostituire la batteria che immagina di avere accanto.

Tutto perfetto, pulito, senza distanze, con partecipazione, fino al bis che è un autentico gioiello, la “Blowin in the Wind” di Bob Dylan; che andrebbe declamata, urlata quasi, e invece viene poeticamente sussurrata. Semplicemente grandi.

E’ seguito il bagno di folla all’uscita.

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