“Libertà a Brema” è un testo poco conosciuto di Rainer Fassbinder che nel 1972 ne fece un film per la TV tedesca. Come opera teatrale è stata rappresentata a Bari una trentina d’anni fa dalla compagnia “La DifférAnce”, diretta dalla compianta Elvira Maizzani. La scelta di riportarlo sulla scena barese da parte di Andrea Cramarossa, regista del Teatro delle bambole, è quanto mai coraggiosa e ardita, in un momento socio-politico molto controverso in cui si sta perdendo il senso autentico delle cose per inseguire il cinismo dell’utilitarismo. Ha ragione il regista barese quando afferma che “il modo di fare teatro è cambiato, non è più momento di aggregazione”: le corde dell’umanità sono arrugginite dagli avvenimenti e vanno sapientemente pizzicate perchè tornino a vibrare.
Ispirato da un fatto realmente accaduto nel 1831
Rainer Fassbinder, artista “maledetto” sul quale dal 1982 (anno della sua morte prematura) è caduto un assordante silenzio, si ispirò a un fatto di cronaca storico: nel 1831 si scoprì che Gesche Gottfried aveva assassinato ben 15 persone, tutte molto vicine a lei: i suoi tre figli, i genitori, due mariti e un fidanzato, alcuni vicini di casa. Il veleno per topi fu la sua arma. Tuttavia la donna era considerata una cittadina modello, tanto da essere definita l”angelo di Brema” in quanto si mostrava premurosamente dedita alle cure dei familiari, presunti ammalati, che però lentamente avvelenava. Fu l’ultima persona ad essere giustiziata pubblicamente a Brema. Non si sa se Gesche soffrisse di problemi psicologici o se fosse una donna dissoluta dagli innumerevoli amanti, ma il regista tedesco ha voluto mettere in evidenza un suo grande spirito di indipendenza che cozzava inesorabilmente con la morale comune che voleva la donna essere sottomessa allo strapotere maschilista. Tematiche che Fassbinder trovò attuali negli anni ’70 e che, come è facile capire, con qualche modifica non sono estranee al vivere dei nostri anni 2000.
La pièce di Cramarossa
Andrea Cramarossa riprende con cura il testo, e lo ripropone, dopo un anno di lavoro con il Laboratorio Teatrale “Del vento e della carne”, in una rivisitazione personale attenta e intelligente. La pièce è andata in scena al Tetro Duse lunedì scorso. Gli ingredienti preferiti di Fassbinder ci sono tutti: le tematiche sociali, politiche, sessuali, psicologiche ed esistenziali, ambientate nella disperazione delle periferie urbane. Vicende e personaggi vengono opportunamente dilatati o compressi nella trasposizione in una dimensione il più possibile “moderna”. Gli attori indossano varie maschere, scambiandosi i ruoli; si fondono e si sdoppiano con una abilità studiata e ricercata, mentre il ricorso a pupazzi e a una marionetta è ingegnoso ed efficace. La riflessione dello spettatore viene guidata sullo squallore della vicenda, enfatizzata ma non eccessivamente drammatizzata. Gesche è remissiva di fronte all’arroganza del marito, mostra un’incrollabile forza d’animo ma allo stesso una vulnerabilità irrinunciabile. E guarda il pubblico in maniera ambigua: cerca approvazione per la sua sottomissione o vuole denunciarla? “Solo chi comanda qua dentro ha il diritto al desiderio” e “Pensi troppo per essere una donna” sono frasi violente, così come tutto lo stile è crudo e il linguaggio è essenziale. I delitti vengono commessi con leggerezza ed ironia, giocando con l’avvelenamento dei caffè offerti con generosità. Chiunque si pone ad ostacolare il suo bisogno di libertà da ogni condizionamento viene inesorabilmente eliminato da Gesche: “Vivere libera da tutte quelle regole che ci hanno insegnato” diventa per lei un’urgenza criminale. L’epilogo è brutale, quando la tragedia va troppo oltre e supera i confini. Dopo l’ultimo omicidio “Adesso tocca a me” dichiara Gesche in un momento di lucidità, consapevole di dover pagare a caro prezzo la sua ambizione. La libertà dal potere costituito è difficile da raggiungere, nel suo caso è impossibile. Gli schemi dai quali ha voluto uscire alla fine la espellono.
La scenografia è essenziale e funzionale, con cambi d’abito e maschere direttamente sulla scena. Luci e ombre disegnano zone di colore e rispecchiano gli stati d’animo. Grande plauso agli attori: Federico Gobbi, marito, padre, animatore e voce della marionetta; Emilia Brescia. Ilaria Ricci e Caterina Rubini sono a turno Gesche, la madre, un vicino, la padrona di casa, un creditore e prestano la voce al pupazzo, anch’esso animato a rotazione.
Sarebbe opportuno vedere più spesso opere di tal genere al posto di tante banalità che hanno solo il conformismo del successo preconfezionato a tavolino.




















