In pieno periodo natalizio in cui trionfano dappertutto gospel, canti natalizi e cori bianchi, Paolo Lepore non molla il jazz e dal suo cilindro tira fuori una serata/concerto con Simona Molinari. Chi ricorda ancora quella bella ragazza che a Sanremo del 2013 salì sul palco con Peter Cincotti? “La felicità” era un brano effervescente e scanzonato, molto vicino al foxtrot, figlio del ragtime e del jazz dei primi del ‘900: la giuria di qualità e quella popolare non apprezzarono a fondo il brano, in verità fuori dai canoni sanremensi, ma il successo arrivò ugualmente con la conquista del disco d’oro. E la Molinari lo meritava.

La ragazza ha origini napoletane ma è aquilana d’adozione. Come ha raccontato nel corso del concerto domenica scorsa sul palco dello Sheraton, a soli 8 anni rimane folgorata dalla voce di Ella Fitzgerald, e capisce ciò che deve fare nella sua vita.

“Quello che realmente mi ha trasmesso la musica di Ella – dice – è stato imparare a sognare”. Studia canto (anche lirico), improvvisazione, vocalità afro americane, musica classica. Nel 2009 approda al Festival di Sanremo dove si fa conoscere. Così  entra nel “giro” giusto: lavora intensamente con il coetaneo Peter Cincotti, pianista americano dalle origini italiane (Avellino) e collabora con artisti dello spessore di Gilberto Gil, Al Jarreau, Ornella Vanoni, Andrea Bocelli, Renzo Arbore, Lelio Luttazzi e Massimo Ranieri, per citarne alcuni. Vince il Premio Tenco nel 2013, è Maria Maddalena in Jesus Christ Superstar, col progetto “Loving Ella” tiene 100 concerti, canta sui palcoscenici asiatici, passa dai Blue Note di Tokyo, New York e Milano. Nel 2017 è ospite anche a Umbria Jazz.

Invitando Simona a Bari Paolo Lepore ha colto nel segno, e, come al solito, l’accoglienza musicale si chiama Jazz Studio Orchestra. La partenza è tutta uno sprint con “In cerca di te” (meglio nota come “Sola me ne vo per la città”), niente di meglio per stabilire un contatto caloroso con il pubblico: un feeling che rimarrà sempre vivo fino alla fine. E arriva anche “Mr Paganini” della Fitzgerald, doveroso tributo, mentre “Over the Rainbow” è un intenso dialogo voce – pianoforte (Gino Palmisano). La serata si “distende” tra classici del jazz, del blues e successi personali più recenti in un mix gradevole e garbato che non può che piacere e accendere gli entusiasmi.

E sembra quasi naturale saltare da “Natural Woman” di Aretha Franklin o “My Babe Don’t Care for Me” di Nina Simone o “Back to Black” di Amy Winehouse, alla “Carmen” di Bizet cantata in cinese (sic!), a “Egocentrica”, “Lettera”, “Dr. Jekyll Mr. Hyde”, “La felicità” e “Forse”, cantate in coro con il pubblico queste ultime due. Difficile stare fermi coi piedi e con le mani: se non si batte il tempo si applaude. Un’allegria gestita con classe. Tutto è amabile, semiserio, godibile e gioioso, effervescente. Simona sa come prendere per mano il pubblico, lasciandosi andare a qualche confidenza, strizzando l’occhio e conquistandolo con la sua voce modulata e potente: e tra uno standard e l’altro infila anche “Maldamore”, il singolo che preannuncia il suo prossimo disco “Spazi d’amore”.

La Jazz Studio Orchestra da parte sua è in stato di grazia, perfettamente calata nella situazione musicale. L’esperto Michela Carrabba al sax tenore in gran spolvero strappa applausi a scena aperta con i suo assolo. Due le esecuzioni della J.S.O. per fare tirato fiato alla Molinari: “Pick up the Pieces” della Average Whita Band e “Birdland” dei Weather Report, due classici irresistibili del jazz-rock.

E tra pop-jazz ed electroswing il concerto finisce con una versione jazzata di “White Christmas”. Poteva mancare?

GUARDA LA PHOTOGALLERY

Banner donazioni