La bellissima città salentina di Otranto è stata, in epoca bizantina, un grande avamposto amministrativo, economico e religioso dell’ “Impero Romeo”, fulcro del territorio geograficamente più vicino a Costantinopoli.
La presenza bizantina ad Otranto affonda le sue radici almeno nel V sec. d.C. quando la città era un importante polo tessile per la lavorazione della porpora. Tuttavia, sarà soltanto durante il VI sec. che Otranto inizierà a splendere nell’universo di Bisanzio: già sede di fiorenti botteghe artigiane, la città si arricchì di numerosi mercatores e negotiatores pugliesi, appartenenti alla fiorente comunità ebraica locale, o provenienti da altre città marinare, dediti ai traffici con il non troppo lontano Oriente. In quegli anni Otranto adottò pienamente costumi, lingua, culto greco-bizantini e divenne sede di uno Stratigòto, una delle più alte cariche giudiziarie dell’organigramma burocratico romeo.
Nel corso del VII sec., con il ridimensionamento della presenza bizantina in Italia, i territori salentini furono delimitati, a Nord, dal cosiddetto Limitone, una enorme muraglia difensiva, corredata da torrette fortificate, che, partendo da Otranto, attraversava l’intero territorio brindisino e tarantino ed aveva lo scopo di tener lontana la minaccia longobarda.
In seguito, la città fu coinvolta nella riorganizzazione amministrativa delle province dell’Impero d’Oriente ed entrò a far parte del “Thema di Langobardia”, un’ampia regione, corrispondente quasi a quella attuale.
A causa delle incursioni saracene e delle guerre coi Normanni, attraverso le quali il territorio salentino fu più volte perduto e riconquistato, la presenza bizantina in Salento andò sempre più diradandosi e, dopo un’agguerrita resistenza, iniziò per Otranto un periodo di alterne fortune che la videro più volte cadere in mano ai Normanni. La città venne infine conquistata da Roberto il Guiscardo, che vi stabilì il quartier generale delle sue operazioni contro i Bizantini pugliesi (1068).
Sotto Bisanzio, Otranto conobbe fasti talmente elevati, che non avrebbe mai più raggiunto nei secoli a venire. Un esempio tuttora tangibile di quell’affascinante rigoglio culturale è rappresentato da un gioiello preziosissimo dell’architettura sacra: la piccola chiesa di san Pietro. L’edificio, uno dei più rappresentativi della tradizione costruttiva bizantina in tutto il Mezzogiorno, sorge nel centro storico della città, a pochi metri dal Bastione dei Pelasgi, che delimita a sud-est, a picco sul mare, il suo sistema difensivo. La sua datazione è stata per lungo tempo oggetto di dibattito tra gli studiosi, ma, dall’analisi della struttura, degli affreschi e delle iscrizioni in lingua greca, sembra riconducibile al IX-X secolo.
Si trattava di anni particolarmente problematici per Bisanzio: Leone III l’Isaurico, dopo aver ricacciato l’Islam da Costantinopoli, iniziò a predicare contro il culto delle immagini cristiane, ordinandone la distruzione e scatenando una serie di ribellioni, sia in Oriente che in Italia (le cosiddette lotte iconoclaste). Una vera e propria guerra civile insanguinò l’impero, facendo registrare distruzioni di edifici, mosaici, affreschi, statue, manoscritti, oltre che deportazioni ed esecuzioni capitali. Proprio per sfuggire a queste persecuzioni, numerosi monaci, difensori delle immagini, giungeranno in Salento, esprimendo la loro devozione in splendidi affreschi e rappresentazioni iconiche in numerose cripte e chiese, come quella di Otranto.
L’edificio, secondo la maggior parte degli studiosi, segue in scala ridottissima il modello della maestosa Santa Sofia di Costantinopoli: la pianta è a croce greca, con le braccia quasi della stessa lunghezza.
Sono presenti due porte (quella del Basileus e quella del popolo, oggi murata), tre absidi (una centrale e due laterali), una poderosa cupola centrale, emisferica, senza base (tamburo), poggiata direttamente su quattro colonne descriventi un quadrato perfetto proprio all’incrocio delle braccia: tutto richiama il magnifico Archetipo costantinopolitano. Del resto, cupola e croce, lì come qui, sono simboli sacri: la cupola trasmette l’idea della salvezza, del Cielo che protegge; la croce (greca) fa riferimento alla Fede nel Cristo. E’ però l’elemento pittorico quello che, senza dubbio, colpisce l’occhio del visitatore: la perizia profusa è elevata. Sull’autore (o gli autori) non si sa nulla, ma, nella quasi totalità, l’artista segue alla lettera gli stilemi iconici di Bisanzio: la Vergine con bambino nella conca dell’abside centrale, i quattro evangelisti nei pennacchi della cupola, diversi santi in posa ieratica, come san Basilio, san Nicola, santa Lucia, san Francesco di Paola, san Leonardo, realizzati negli intradossi degli archi e sulle pareti laterali da varie maestranze, in epoche diverse.
E ancora: scene bibliche (l’Albero col serpente e la Vergogna dopo il peccato) e scene della vita del Cristo, come l’Annunciazione, la Nascita, la Presentazione al Tempio, il Battesimo, la Lavanda dei piedi, l’Ultima Cena, gli Apostoli, la Deposizione dalla Croce, l’Anastasi (discesa nel Limbo e Vittoria su Satana). E’ un ciclo pittorico di straordinaria fattura, che, non soltanto garantisce una finalità didascalica per i fedeli, ma soprattutto rende questo monumento una delle più fulgide testimonianze, in Italia Meridionale, dello zelo e della passione artistica, religiosa e culturale che i Bizantini ci hanno lasciato in eredità.











