Alla fase di passaggio dalla dominazione bizantina nell’Italia meridionale, a quella normanna, è legato il nome di Melo da Bari. Magnate della Puglia, apparteneva ad una delle famiglie più ricche e potenti della città e fu il capo della prima rivolta antibizantina avvenuta nella regione nel 1009.
Insieme al cognato Datto, egli sfruttò l’insofferenza della popolazione urbana, determinata dall’eccessiva pressione fiscale e, soprattutto, dall’esigenza di maggiore autonomia di una società in forte espansione economica e sociale. Sotto la guida di Melo da Bari, il 9 maggio 1009 (1010 secondo altri storici), le città di Bari, Trani e Bitonto si ribellarono al controllo fiscale del Catapano bizantino Giovanni Curcuas: durante la rivolta il catapano restò ucciso e gli insorti sconfissero i bizantini a Bitetto e a Montepeloso e riuscirono, in seguito, a conquistare prima Bitetto e poi Bari.
La rivolta era stata appoggiata dai principi longobardi e non avversata dal papa Sergio IV ed aveva approfittato del fatto che l’imperatore Basilio II era in quel momento duramente impegnato nei Balcani nella guerra contro i Bulgari.
In seguito, il nuovo Catapano, Basilio Mesardonite, dopo un lungo e cruento assedio, cui parteciparono guerrieri mercenari scandinavi, riconquistò con la forza la città di Bari (1011). Molti baresi furono uccisi; Maralda e Argiro, moglie e figlio di Melo, vennero catturati e inviati come ostaggi a Costantinopoli, mentre i capi degli insorti riuscirono a fuggire: Datto chiese soccorso ai benedettini di Monte Cassino; Melo, invece, si rintanò ad Ascoli e di là, in seguito, raggiunse Benevento, Salerno e Capua, accolto dai principi longobardi ancora in lotta con l’esercito di Bisanzio.
Nel 1015, con la benedizione di papa Benedetto VIII, Melo si recò in Germania, dall’imperatore Enrico II (col quale, si dice, vantasse una lontana discendenza) per chiedere aiuto: l’imperatore lo accolse tra i suoi vassalli e lo creò Duca di Puglia, ma non gli fornì alcun aiuto militare. Melo allora ritornò in Italia e la leggenda vuole che, durantre una visita al santuario di S. Michele sul monte Gargano, abbia incontrato un gruppo di pellegrini normanni di ritorno dalla Terrasanta e li abbia convinti ad unirsi alla sua lotta contro i Bizantini, in cambio di un ricco bottino. Di sicuro, bande di mercenari normanni fecero la loro comparsa sulla scena politica italiana, giusto in tempo per contribuire alle operazioni militari di Melo contro Bisanzio.
Nella primavera del 1017, alla testa di un corpo di spedizione composto da guerrieri normanni al comando di Gilberto Buatère e da contingenti arruolati tra i Longobardi dell’Italia meridionale, Melo penetrò nella Puglia settentrionale lungo la valle del Fortore e ingaggiò con l’esercito bizantino una serie di scontri molto cruenti: ad Arènola presso il Fortore, a Civitate, a Vaccarizza presso Troia.
Grazie a questi successi, la strada fino a Trani era aperta. Il comportamento brutale dei contingenti che sostenevano l’esule barese fece però scemare le simpatie delle popolazioni locali, atterrite e inermi di fronte alle rapaci bande normanne, disposte a tutto per guadagnarsi un bottino. La riscossa bizantina era annunciata. Il nuovo catapano Basilieios Boioanne, inviato in Puglia nel dicembre 1017 con nuove truppe e consistenti somme di denaro, dopo aver approfittato di un periodo di stallo per organizzare le sue forze, riprese l’offensiva contro i ribelli e, recuperato il controllo di Trani, nell’ottobre dell’anno successivo, riuscì a sfruttare la netta superiorità numerica del suo esercito e a riportare una vittoria decisiva sul fiume Ofanto, presso Canne.
Questa volta per i capi della rivola non vi fu scampo: Datto di Bari fu mandato a morte nel giugno 1021 e Melo fuggì. Nella primavera del 1020, in occasione della Pasqua, il magnate guerriero tentò un ultima impresa: raggiunse Enrico II a Bamberga, recandogli in dono un prezioso mantello di seta finemente ricamato (conosciuto come il «mantello dello zodiaco», è oggi conservato presso il museo diocesano di Bamberga), con l’intento di convincerlo a muovere guerra contro i bizantini.
Enrico II riconobbe a Melo il titolo di duca di Puglia e lo pose al vertice di un’ipotetica entità territoriale pugliese subordinata all’Impero e, forte del consenso del papa e dei principi longobardi, progettò una spedizione militare per limitare drasticamente l’influenza bizantina in Italia meridionale.
Tuttavia, la morte improvvisa di Melo, avvenuta a Bamberga il 23 aprile 1020, privò l’imperatore del suo principale “braccio armato”. Il corpo di Melo fu solennemente tumulato nella cattedrale di Bamberga e, nel 1054, l’imperatore Enrico III ordinò che nessun altro fosse tumulato nel sepolcro in cui sarebbero stati per sempre custoditi i resti del dux Apuliae.











