La politica, gli amori, le delusioni. I giovani degli anni Ottanta raccontati in un libro certamente fuori dagli schemi. Adolfo Scotto di Luzio è professore di Storia della pedagogia all’Università di Bergamo. Si è occupato a lungo, e si occupa tuttora, di temi relativi alla storia della cultura in Italia tra Otto e Novecento, con particolare attenzione all’epoca fascista e alla storia della scuola e dell’educazione. “Nel groviglio degli anni Ottanta”, libro edito da Einaudi, l’autore propone un intrigante spaccato di un decennio in cui si sono alternate luci ed ombre, sogni e fallimenti di una generazione “nata troppo tardi”.

Come sottolinea Scotto di Luzio, nascere troppo tardi è l’espressione di un sentimento. Di chi viene dopo una grande frattura, di solito una rivoluzione. L’ambiente in cui cresce, le voci autorevoli che ascolta, lo educano nella convinzione di aver perso qualcosa di molto importante, mancando un appuntamento decisivo con la storia. Chi è nato troppo tardi coltiva, perciò, segretamente la speranza in un nuovo inizio, che offra l’occasione per mettersi alla prova. Che tocchi finalmente a lui, come è toccato agli altri venuti prima di lui. A loro modo, si sono sentiti nati troppo tardi anche i protagonisti del libro, venuti dopo il Sessantotto. Figli, spesso in senso letterale, di quell’anno mirabile, hanno avuto in sorte di crescere negli anni Ottanta.

Tra le pagine del libro c’è il sentimento di chi ha visto la propria tensione all’azione risolversi in un caloroso applauso, come se tutti non aspettassero altro. E c’è il sentimento di chi, al contrario, quando ha provato a far sentire la propria voce ha dovuto fare i conti con uno sguardo carico di degnazione. Benevolo, certo, ma annoiato e distratto. L’autore ricorda che durante il movimento della Pantera, nelle facoltà occupate, compare uno striscione con scritto: «Qui finiscono gli anni Ottanta». Che cosa volevano dire gli studenti? Che cosa finiva veramente?

Gli anni Ottanta sono stati frivoli, edonisti ed effimeri ma anche attraversati da passioni politiche profonde, da tutti gli entusiasmi capaci di dare forma all’esperienza collettiva. La musica è stata il loro grande veicolo. Fruita nei modi più diversi, dal walkman al concerto nello stadio, ha tenuto buoni i giovani, ha celebrato i nuovi orizzonti consumistici dell’epoca, ma ha anche alimentato la loro inquietudine per altri tempi e altri luoghi, dando fiato al rimpianto e alla nostalgia e, insieme, parole alla rivolta. I ragazzi degli anni Ottanta sono stati i testimoni di molte fini, ma hanno anche visto sorgere un mondo nuovo, interconnesso e globale. Hanno viaggiato come non era mai accaduto alle generazioni precedenti e hanno dovuto fare i conti con l’emergere della nuova questione etnica.

L’autore dedica specifici focus alla storia dei bambini nati in quegli anni, alle case in cui hanno abitato, in che tipo di famiglie, lungo quali strade si sono poi messi in cammino, con chi e cosa hanno dovuto confrontarsi, quali i rapporti con la generazione precedente, con quel Sessantotto in particolare che cosí prepotentemente ha occupato gran parte dell’orizzonte della loro formazione.

 

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