HomeCronacaIl mondo cristiano si interroga sulla propria presenza in Medio Oriente

Il mondo cristiano si interroga sulla propria presenza in Medio Oriente

Tutte le comunità cristiane attorno ad un tavolo per discutere del tema: “Cristiani in Medio Oriente: quale futuro?”. Arcivescovi, Patriarchi Ortodossi della Pentarchia, Copti e Cattolici. Ma anche ministri degli Esteri e funzionari di Italia, Russia, Germania, Francia, Libano e Inghilterra. Tutti insieme per dialogare sui mezzi per raggiungere la pace in medioriente. L’Isis, le cellule terroristiche, i totalitarismi stanno mettendo in serio pericolo le comunità cristiane della culla dell’ebraismo, cristianesimo e islamismo. Senza peccare di esagerazione si può parlare di nuovi martiri, perché il martirio, come ha affermato Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che ha organizzato il summit, “non è di chi cerca la morte o si dà la morte per uccidere gli altri. Il martirio è quello di chi, pur volendo vivere, non rinuncia alla propria fede ed identità”.  “Nella lunga storia del mondo arabo – ha proseguito Riccardi – le minoranze cristiane hanno rappresentato una realtà di apertura e una garanzia di pluralismo. La loro eliminazione rappresenta un suicidio del pluralismo, che sarà pagato a caro prezzo dai musulmani stessi, specie dalle minoranze islamiche considerate eterodosse, gli sciiti, le donne, i giovani più globalizzati, i più laici. Un mondo sta scomparendo: è un dramma per i cristiani, un vuoto per le società musulmane, una perdita per l’equilibrio del Mediterraneo e per la civiltà”. È in gioco, per intenderci la dignità e la libertà, non solo religiosa, degli uomini. Non è una visione catastrofica della vicenda perché, se da noi arrivano notizie frammentarie delle vicende, in quei luoghi le comunità vengono letteralmente spazzate via. “Quelle terre sono state vissute per secoli in condivisione. – afferma Paul Richard Gallagher, il segretario per le Relazioni Esterne della Santa Sede – Certo, i momenti di tensione non sono mai mancati. Ma oggi la situazione è drammatica. Nei colloqui con le Istituzioni dei Paesi esteri il medioriente è sempre al centro dei pensieri del Papa. Perché, come dice lui, questa sofferenza grida contro Dio. E la comunità internazionale non può rimanere in silenzio di fronte a questa situazione. Deve intervenire e favorire la pace e lo sviluppo. La violenza genera violenza. La pace genera progresso. Di fronte a queste sfide cosa può fare la Chiesa? Può certamente sostenere i fratelli cristiani nella preghiera. Ma anche favorire il dialogo e tutte le azioni mirate alla coesione sociale. Il dialogo interreligioso è importantissimo, è un vero antidoto contro il fondamentalismo”.

Putroppo il tema soffre di indifferenza da parte della pluralità della gente, eppure accade sotto i nostri occhi, di fronte a casa nostra e inevitabilmente ha ripercussioni al di qua del mar Mediterraneo. Lo ribadisce il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni: “Ormai da anni l’Europa ha una malattia chiamata ignavia, egoismo, indifferenza. Siamo prigionieri del nostro egoismo e delle nostre illusioni che l’egoismo alimenta. Oggi la mobilitazione della Comunità Internazionale è essenziale. La risposta agli aggressori però non deve essere interpretata come una guerra diretta a quegli Stati. L’Europa deve offrire attività di supporto umanitario e controlli contro i finanziamenti che arrivano ai terroristi”. Intanto c’è da chiedersi perché l’Europa e l’Onu non intervengono con decisione. Una risposta la offre il Patriarca di Antiochia Ignace Youssif III Younan: “Noi non abbiamo bisogno solo di aiuti umanitari, abbiamo bisogno di vivere una vera cittadinanza, abbiamo bisogno di essere cittadini della nostra terra. È triste da dire che nei rapporti con l’Islam, l’Occidente non si interessa che ai petrodollari dei paesi del Golfo e allo jihadismo radicale che, affondando le radici nell’islam politico, diffonde il terrore e minaccia popoli e civiltà dell’Occidente. C’è un servilismo dell’Europa all’Onu, alla Russia e agli Usa”. Tristemente vero. Il summit di Bari ha però dato un barlume di speranza al mondo non solo mediorientale. Se una singola comunità cattolica come quella di Sant’Egidio è riuscita a riunire un intero mondo religioso, allora la speranza che il vero medioriente, pacifico e tollerante, emerga su quello violento, intollerante, totalitario e affaristico può diventare una realtà.

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