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L’emendamento del Governo incide poco, sacrifica territori e dimostra che il gas italiano è poco e difficile da estrarre

Sulla questione delle trivellazioni e sulla ricerca di idrocarburi nel nostro territorio pubblichiamo un intervento del Comitato No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili” sull’emendamento del governo.

Si chiama “Gas release”, ed è l’emendamento presentato dal Governo Meloni sulle trivelle che, con l’intento di offrire 1,5 miliardi di metri cubi di gas a prezzo calmierato a circa 150 imprese gasivore segnalate da Confindustria, punta a semplificare l’iter amministrativo di alcune concessioni.

Per farlo, il Governo è costretto ad utilizzare lo strumento della deroga praticamente su tutto: al limite delle 12 miglia dalla costa (riducendo a 9), alle aree interessate da “vincoli aggiuntivi di esclusione” nell’ambito del PiTESAI.

Permettendo, però, alle imprese che accettano il meccanismo proposto dal Governo di continuare a realizzare profitti importanti, a fronte della sicurezza autorizzativa dovuta all’improvvisa semplificazione delle norme e alla possibilità di estrarre per “la durata della vita utile del giacimento”, ben oltre le tempistiche previste dai contratti con il GSE e dalle norme generali relative alle concessioni. Uno scambio industriale importante, con benefici pubblici tutti da valutare.

Il Governo, in perfetta continuità con quanto già iniziato dall’ex Ministro Cingolani, guarda in realtà a delle concessioni in alcune aree specifiche del Paese, da aggiungere alle altre i cui operatori hanno già accettato un accordo simile per poter rafforzare le attività estrattive già in essere.

Si tratta della costa oltre le 9 miglia al largo della foce del Goro sul delta del fiume Po (storicamente esclusa per rischi di subsidenza e per la fragilità del sistema complessivo della foce del fiume) e la costa al largo di Agrigento, con la possibilità per ENI di riproporre la richiesta di concessione per i due pozzi siciliani Panda e Panda W1.

In entrambi i casi i concessionari devono dimostrare non solo l’assenza di effetti di subsidenza significativi (ci sfugge come questo possa essere possibile per aree che erano escluse proprio per questo motivo), ma anche la presenza di “elevato potenziale minerario”, traducibile in una capacità complessiva del giacimento superiore a 500 milioni di metri cubi.

Si tratta di una goccia nell’oceano dato che, dalle parole del Ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin “potenzialmente si stima una quantità di 15 miliardi di metri cubi di gas sfruttabili nell’arco di 10 anni”, mentre mediamente ogni anno l’Italia consuma tra i 75 e gli 80 miliardi di metri cubi. Un modo per semplificare concessioni che, tra un paio d’anni, non avranno più neanche valore strategico.

Mentre, allo stesso tempo, il Governo tarda ad affrontare l’accelerazione delle norme e delle linee-guida su eolico, fotovoltaico e comunità energetiche, che meriterebbero finalmente una vera e propria svolta, anche attraverso la costruzione di forti rapporti con i territori che legittimamente manifestano le proprie perplessità.

Certamente, la precisione con cui il Governo identifica le (poche) nuove aree con potenziale minerario “elevato” pone fine alla grande bugia raccontata per anni: quella per cui l’Italia viva su un’immensa riserva di gas. Se la verità fosse diversa, le proroghe avrebbero interessato molte aree in più.

Il nostro Paese, invece, ha poco gas nel proprio sottosuolo, per di più diffuso in tanti piccoli giacimenti per cui è necessario, per la nostra politica energetica, guardare altrove e ad altre fonti di produzione. Sperando che qualche Governo, prima o poi, lo faccia per davvero.

Comitato “No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili” 

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