HomeCulturaMargherita. L'unica storia delle tante, troppe, vittime di violenza di genere

Margherita. L’unica storia delle tante, troppe, vittime di violenza di genere

Una Margherita. Tante Margherite che ancora oggi sono vittime di violenze ignobili, vigliacche ed inaccettabili, violenze di genere e violenze degli stereotipi che troppo spesso le rendono due volte vittime. Di Margherita, un nome di fantasia ma una storia purtroppo vera, parla Francesca Myriam Tucci, una professoressa di lettere in un liceo scientifico di Milano, che ha voluto fare della propria scrittura un mezzo per affrontare tematiche sociali  contemporanee in una forma che, dall’esperienza individuale, sfocia in quella collettiva, per una storia diventano le storie. Una vita sono le vite.

Il lavoro di Francesca Myriam Tucci è basato su una storia vera, in cui la protagonista, Margherita, è vittima due volte: della violenza da parte del suo compagno e di una giustizia parziale.

In uno scarto temporaneo in cui tempo della storia e tempo del racconto non coincidono, Margherita, tramite l’esperienza del coma, conseguente alla violenza subita, racconterà di se’ e creerà, o farà parlare altre vite, in un percorso che induce a riflettere sull’abuso, sull’amore e i suoi disagi, sulla morte, sulla violenza di genere figlia di una cultura da cui affrancarsi.

Quando Margherita si risveglierà l verità che metterà a nudo sarà ben più amara e crudele della realtà raccontata. E’ la verità che vive nascosta in fondo all’animo di una donna che sa cosa significa una identità e una dignità mutilate dalla violenza per il solo fatto di essere donna.

La dura realtà che emerge nelle conclusioni del racconto, con la nota finale, le considerazioni e i dati statistici, fanno del libro un simbolo di lotta e resistenza alla violenza di genere.

Un libro vero e “impegnato”, con cui la Tucci ha voluto realizzare azioni concrete a sostegno di tutte quelle donne vittime di violenza. Ogni ricavato, infatti, dalle vendite del libro (edito dalla Laterza) e dello spettacolo teatrale attualmente in fase di allestimento, verrà devoluto alla fondazione Pangea, fondata da Luca Lo Presti, per la realizzazione di case rifugio per donne e bambini vittime di violenza.

E mercoledì prossimo, 22 luglio, alle 18:30 presso la Sala del Fortino di Bari il libro verrà presentato al pubblico barese, alla presenza di Michele Emiliano (presidente della Giunta regionale), Riccardo Greco (presidente del Tribunale dei Minori), Silvio Maselli (assessore comunale alla cultura), Rita Monopoli (psicologa), Maria Ruccia (neuropsichiatra), Renata Fontanelli (giornalista), Maria Giulia Dell’Olio (poetessa).

Alla vigilia della presentazione del libro abbiamo voluto rivolgere alcune domande all’autrice, riflettendo insieme a lei delle gravi tematiche affrontate.

Da dove nasce l’idea di un libro così impegnato?

“Intanto perchè ritengo che bisogna affrontare il tema della violenza di genere – sottolinea Francesca Myriam Tucci – partendo dallo stereotipo. Nella vita insegno lettere in un liceo scientifico e penso che questa operazione di smantellamento degli stereotipi sul tema della violenza andrebbe fatto in tutte le scuole, a partire dai primi anni e per tutti i cicli di studi. Lo stereotipo va sconfitto partendo dall’educazione e dai luoghi in cui si fa cultura per decondizionare lo stereotipo sessista”.

Margherita esiste davvero o è frutto della sua fantasia di scrittrice?

“Naturalmente è un nome di fantasia. Ma io ho conosciuto Margherita ed ho vissuto la sua tragedia. E’ stato allora che ho sentito, da donna, molto forte e presente l’impulso di darle non solo la mia solidarietà, ma anche un qualcosa di concreto perchè la sua storia non diventi inutilmente e banalmente una delle tante storie, di quelle che poi vengono abitualmente raccontate nella cronaca dei giornali e della televisione. Sembra, in fondo, che si tratti quasi di storie seriali, inevitabili. Il mio intento è stato quello di provare a lasciare una traccia che diventasse anche letteratura, tramite un libro che possa essere veicolo per affrontare il tema in vari modi. Nel racconto parlo della macrostoria di Margherita, ma nel suo percorso ho inserito tante piccole storie in cui si parla di violenza nel senso più subdolo, che spesso di nasconde dietro l’ignoranza ed il pregiudizio. Questi, in fondo, sono stati e sono i miei due obiettivi: parlare di Margherita e provare a formare i ragazzi e le nuove generazioni su un tema così difficile e complesso. Non è facile, ma speriamo di poterne raccogliere i frutti, magari tra 10 anni”.

Lei parla di stereotipo. Ci dica qualcosa in più…

“Certo. In una dedica del mio libro ho parlato di uno stereotipo sessista che equivale alla discriminazione. E sono entrambi gli ingredienti dell’ignoranza. combattere, allora, questo stereotipo che vede la donna vittima e succube, anche economicamente, dell’uomo, significa intaccare quel velo che è prodotto dall’ignoranza sul genere “donna”, per provare a costruire i prodromi per una Cultura di tolleranza con la C maiuscola. E con Cultura intendo proprio l’educazione al valore dell’altro”.

Tra l’altro il libro è solo parte di un progetto più ampio. Ce ne vuole accennare?

“Il libro è capofila di un grosso progetto che riguarda complessivamente le scuole ed il combattere gli stereotipi di genere all’interno delle stesse, organizzato da tempo insieme agli Stati Generali delle Donne. Prossimamente, il 27 e 28 settembre sarò relatrice all’Expo di Milano proprio in un convegno sulla violenza di genere, ed il 22 luglio a Bari presenteremo anche la campagna contro lo stereotipo di genere nelle scuole. Verrà realizzata anche una Pièce teatrale e tutto quello che riusciremo a raccogliere verrà utilizzato per sostenere le attività della Fondazione Pangea per la realizzazione di case di accoglienza per donne e minori vittime di violenza”.

Parlare del suo libro significa, inevitabilmente, riflettere sulla condizione delle donne vittime due volte, e la cronaca è piena, purtroppo, di tante Margherita. Che ne pensa?

“La violenza colpisce due volte perchè è causa intanto il male che procura e poi del pervertimento umano a cui induce la vittima. E se ci sono anche i minori, cosa non certo eventuale, la violenza diventa anche tripla: un figlio che assiste a continui atti di violenza li fa propri e può arrivare a considerarli anche normali: li replica e diventa carnefice e vittima al tempo stesso”.

Ma esiste una giustizia, ci sono le condanne e il carcere per chi commette questi reati…

“Si ma l’inasprimento delle pene non è sempre sufficiente. Quando ho presentato il libro a Milano era presente anche Fabio Roja, Presidente misure preventive del Tribunale di Milano. I suoi dati sono disarmanti: il 95% degli offender è recidivo, e appena viene messo fuori dal carcere si reca sotto l’abitazione della vittima per ucciderla. Nel nostro ordinamento se ci si compota bene per buona condotta dopo la metà della condanna si ha la possibilità di uscire per 24 ore. La vittima non viene mai informata su questi permessi e troppo spesso rischia di trovarsi sotto casa, all’improvviso, il proprio aguzzino spesso animato dalle peggiori intenzioni”.

“Se mai – sottolinea – lo Stato avesse i soldi da investire in queste attività, ritengo che bisognerebbe farlo non nel recupero dopo la pena, ma durante la detenzione. In alternativa chi si macchia di crimini del genere dovrebbe essere tenuto lontano dalla società, perchè il pericolo di omicidio è molto alto. Inoltre bisognerebbe investire molto di più nei centri antiviolenza sostenendo Fondazioni ed Associazioni che si occupano di donne e di bambini maltrattati”.

Ma da dove si può ripartire?

“Bisogna investire nella prevenzione. Sono le parole dell’Onu sull’argomento. in Italia praticamente non si fa prevenzione. Io penso che la scuola potrebbe essere investita proprio di questa peculiare attività. La scuola è, infatti, il luogo deputato a queste attività, anche perchè nelle case delle persone di certo non si può entrare. Nel decreto della “buona scuola”, nel capitolo 119 è stata inserita una raccomandazione di seguire dei percorsi che riguardino la prevenzione della violenza. Noi stiamo puntando, anche mediante il coordinamento nazionale degli Stati Generali delle Donne, che questa non fosse una semplice raccomandazione, ma una indicazione cogente. Noi, per essere più chiari, a scuola dobbiamo fare prevenzione. Si può fare anche in sole sei ore lavorative durante tutto l’anno scolastico, insieme ad apposite attività laboratoriali da poter realizzare nel pomeriggio. Qui si può investire tantissimo. Pensi soltanto che in Italia il costo economico della violenza è di 17 miliardi di euro. Lo Stato eroga per questi progetti complessivamente 16 milioni e 700 mila euro. Capisce l’ordine di grandezza del problema?”

Mi consenta un’ultima riflessione. Il suo non è un libro che finisce “bene” perchè parla di una storia che non può finire bene. Anzi i numeri che lei cita sono disarmanti. Come possono le donne riscattarsi da questa inaccettabile situazione?

“Questo è proprio un grosso problema: bisogna partire dall’educazione allo stereotipo. Le donne devono uscire dallo stereotipo della donna velina e soccombente, non emancipata, che ha bisogno dell’uomo e della forza maschile, intendo economica. Perchè spesso non denunciano proprio per questo problema: lo stipendio del marito è quello con cui si vive e quindi le donne evitano di denunciare. Le donne devono educarsi all’emancipazione, possono e devono per loro stesse e per i propri figli. Il nostro compito è, allora, quello di sensibilizzare la società al pensiero che queste donne hanno gli stessi diritti degli uomini, hano pari diritti nel fare carriera, nel trattamento economico…”.

“Se pensiamo – conclude Francesca Myriam Tucci – al maschio come archetipo e alla donna come archetipo sbagliamo: bisogna investyire in educazione di maschile e femminile al plurale. Se è il caso studiamo ed analizziamo gli archetipi ontologicamente ed eziologicamente, ma per poi completamente riscriverli secondo le dinamiche sociali dell’uomo moderno”.

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Roberto Mastrangelo
Roberto Mastrangelo
Coordinatore Redazionale del progetto PugliaIn.net. Socio fondatore dell'Associazione Scritture Digitali, in passato giornalista per il Movimento, Roma, il Patto, il Resto, l'Indipendente, Puglia d'Oggi, Cerca la domanda scomoda da fare nel momento peggiore.

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