Allo scoppio della Rivoluzione Francese, nel 1789, non vi furono immediate ripercussioni nel Regno di Napoli.
È solo dopo la caduta della monarchia francese e la nascita di una Repubblica che la politica del Re di Napoli e Sicilia, Ferdinando IV comincia ad essere messa in discussione.
Nel 1799, nella capitale del regno, scoppia la rivolta dei cosiddetti “lazzari”, i quali opposero una forte resistenza all’avanzata francese.
Tuttavia, le ambizioni del popolo si scontrarono presto con quelle dei repubblicani e dei filofrancesi e si giunse ad una guerra civile: il 20 gennaio, i filofrancesi riuscirono a disperdere i lazzari e il generale Championnet impose, anche a Napoli, la nascita di una repubblica.
Sull’esempio di quanto accaduto a Napoli, anche Altamura visse la sua esperienza repubblicana.
La Rivoluzione Altamurana ebbe luogo nel febbraio del 1799, ispirata ai principi di libertà, uguaglianza e fraternità, che erano stati propagandati dalla Rivoluzione francese e sui quali la stessa Repubblica Partenopea diceva di fondarsi.
I repubblicani, guidati dal medico Giuseppe Giannuzzi, tennero lunghe arringhe fra il popolo e, dopo essersi organizzati segretamente, andarono all’assalto delle insegne regie sparse per la città. La ribellione culminò con l’innalzamento dell’albero della libertà in Piazza Duomo, dove venne trasportato in processione dall’intero popolo, dalla chiesa di San Domenico.
Sotto la spinta emotiva di questi eventi, alimentata dalla grinta degli studenti universitari, Don Pasquale Viti costituì un nuovo governo cittadino e una Guardia Civica, una sorta di esercito costituito da popolani.
Lo scontro con l’esercito borbonico era, infatti, imminente e gli altamurani non persero tempo: organizzarono un campo militare sul Monte Calvario, il punto più elevato di Altamura, fondendo le campane delle chiese al fine di ottenere nuovi cannoni.
Nel frattempo i soldati borbonici, diretti dal Cardinale Ruffo, dopo aver risalito la Calabria raggiunsero, sterminandole, Andria e Trani: il 24 aprile la città era pronta allo scontro.
La forza armata altamurana consisteva in circa 150 fucilieri, la Guardia Civica, la Guardia a cavallo e innumerevoli contadini armati di strumenti agricoli.
Nei primi giorni di maggio, Ruffo strinse d’assedio le mura della città, ma il popolo altamurano resistette tenacemente, decidendo, nonostante la situazione critica, di festeggiare, come sempre, il santo patrono: Sant’Irene.
Il 5 maggio una processione sacra accompagnò le statue di San Giuseppe, la Madonna del Rosario e Sant’Irene, attraversò la città.
Il giorno successivo Ruffo giunse a Matera e alcuni capi della resistenza altamurana abbandonarono il paese in balia del nemico. Ruffo propose la resa alla città accerchiata, ma la sua proposta venne sdegnosamente rifiutata.
La distruzione della città sembrava inevitabile: dopo 13 ore di fuoco, le munizioni iniziarono a scarseggiare e gli altamurani, sull’orlo del collasso, presero ad armare i cannoni con delle monete.
Alla fine i borbonici entrarono in città, seminando saccheggi e distruzioni ed ammazzando senza pietà i pochi temerari rimasti. La permanenza di Ruffo in città durò 14 giorni, caratterizzati da terrore e desolazione, durante i quali Altamura vide svanire il suo fugace sogno di libertà. Per le strade, giacevano i corpi delle persone assassinate e i soldati facevano baldoria, rubando di tutto, dai vestiti ai carri, dalle vettovaglie alle greggi.
Eppure, la tenacia e l’inarrestabile caparbietà che gli altamurani manifestarono nella difesa dei loro ideali, hanno valso ad Altamura una definizione storica: l’appellativo di Leonessa di Puglia.












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