HomeCulturaTeatro: Il Castello è l'omaggio di Andrea Cramarossa a Italo Calvino

Teatro: Il Castello è l’omaggio di Andrea Cramarossa a Italo Calvino

Il progetto di ricerca “Dalla Letteratura al Teatro” incrocia la rassegna “100 Calvino” del Teatro Pubblico Pugliese nella stagione ‘Altrimondi‘, proprio nel 2023 in cui il “Teatro delle Bambole” di Andrea Cramarossa compie 20 anni di attività. La  pièce, concepita due anni fa, approda felicemente al “Piccinni” di Bari, dove è stata programmata dal TPP e dal Comune un’intera settimana di manifestazioni per la commemorazione di Italo Calvino a 100 anni dalla nascita.

L’omaggio a una delle personalità intellettuali più significative del ‘900 diventa scelta inevitabile per chi fa della cultura elemento essenziale di vita. E non è poi tanto fantasioso ravvisare un parallelo: Calvino ci ha lasciato all’improvviso con alcuni interrogativi irrisolti; anche Cramarossa nelle sue opere, sempre colte e raffinate, lascia gli spettatori con delle domande le cui risposte richiedono un lavoro di ricerca, lo stesso che ha cominciato lui e lo hanno indotto a scrivere per il teatro. Ed è proprio in questa ricerca che si realizza il processo di crescita individuale.

Tornando a “Il castello”, di fronte a una platea affollata il palcoscenico mostra una scenografia scarna ed essenziale: quattro sedie, appena definite nel buio, con qualche drappeggio e ciascuna con una scatola a forma di casetta subito dietro. Quattro sono anche gli attori, lì convocati per un provino che è un esperimento, una prova appunto. E si comincia con il miagolio di un gatto per dare il via ai monologhi dei quattro ‘concorrenti’. Ne vengono fuori storie immaginarie, a metà strada tra fiaba (o sogno) e realtà; forse alibi per sottrarsi alla realtà perdendosi nel labirinto delle parole. Sono storie di re, principi, cavalieri e splendide fanciulle smarrite e innocenti; personaggi che tentano di forzare le porte della favola per conquistare un posto nel mondo reale senza sapere cosa esso stia approntando per loro: “Tutta la realtà al contrario è più vera”, frase che può gettare scompiglio nelle nostre convinzioni quotidiane.

Ma è un punto interrogativo, a ben vedere, mentre ci affanniamo a cercare un senno di cui abbiamo perso la certezza. Ci sono lotte e duelli fra improbabili, ma possibili, paladini, in una simulazione di violenza senza alcuna enfasi: come un gioco. E ci sono intrecci con una natura che fa da importante cornice alle vicende, come è giusto che sia nelle fiabe. Non mancano le maschere, predilette da Cramarossa, a rafforzare simbolismi, spesso ermetici, affidati poi all’interpretazione degli spettatori. Non c’è interazione fra i quattro attori, ognuno esegue il suo ‘provino’ illuminato dalla spot di luce: gli altri nella penombra si cambiano d’abito con lenti movimenti per poi a tratti rappresentare quanto si sta recitando. Sono geniali anche alcuni ritorni di eco di recitazione, senza sovrapposizioni. Ogni parola sembra accuratamente scelta e ha un’esatta collocazione, anche là dove occhieggia un lirismo apparentemente casual e informale. Sono quattro viaggi onirici nei quali è protagonista assoluta la narrativa attraverso la narrazione. Ed è qui che interviene il riferimento a Calvino, a quando egli si interroga sul rapporto fra scrittore e lettore, sul modo di approcciarsi alla realtà, su quanto le parole possono creare nell’immaginazione di chi legge, senza però distruggere l’inferno che lo circonda. In tal senso Cramarossa azzarda un passo avanti: la vita (la realtà) si fa parola nel raccontarsi, ed ecco che il racconto sul palcoscenico si fa gesto, movimento; a sua volta e a suo tempo il palcoscenico restituisce  quella vita nelle modalità dell’immaginazione.

Finisce così: “Siamo solo personaggi, invenzioni. Non siamo mai esistiti. Ma la letteratura è l’unica capace di cambiare questo mondo”.

Applausi, tanti, sinceri, non di circostanza: a Rossella Giugliano, a Federico Gobbi, a Giovanni Di Lonardo, a Pierpaolo Vitale (sul palco), ad Andrea Cramarossa (testo e regia). A febbraio è prevista replica al Teatro Traetta di Bitonto.

Foto di Giovanni Dilonardo

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