“Euphonia”, l’intesa perfetta per Eugenio Finardi

Ci sono musicisti dalla vena artistica inesauribile, capaci di reinventarsi sempre, senza cedere un grammo di coerenza e senza timore di mettersi in discussione. Se poi la vita offre delle opportunità, quelle cose giuste che capitano al momento giusto, allora si entra in una sintonia che realizza progetti di grande spessore: ispirazione, creatività, intelligenza, condivisione si traducono in un’opera in cui traspare la bellezza dell’anima. Come in “Euphonia” (‘buone sonorità’), l’ultimo album di Eugenio Finardi, il cantautore milanese che a 70 anni suonati (è il caso di dirlo) si è messo a girare la penisola in lungo e in largo per misurarsi con sé stesso e dire al suo pubblico che c’è sempre tempo per innovare.

Sono circa 50 anni di attività quelli che contrassegnano il curriculum di Finardi, dai mitici anni ’70 quando collaborava con musicisti come Alberto Camerini, Claudio Rocchi, Walter Calloni, Stormy Six, Area. I primi successi personali furono molto legati alla contestazione giovanile e alla rabbia che la animava. Dopo aver inciso 220 canzoni è legittimo fermarsi per guardarsi indietro e avere voglia di qualcosa di nuovo, di diverso soprattutto. L’idea nasce nel corso del lockdown: “Avevo voglia di una musica che mi curasse, cambiare le sonorità – dice Eugenio –  e avevo voglia di un flusso continuo, di una suite come si usava nella musica rock” Ed ecco che sulla sua strada si imbatte in due eccellenti musicisti pugliesi, Mirko Signorile e Raffaele Casarano. Si conoscono, si frequentano, l’idea prende forma giorno dopo giorno. È come riavvolgere il nastro e ricominciare con un’altra maturità, umana e artistica; un’altra visione della vita. Si rielaborano gli arrangiamenti, si da un’impronta jazz, nasce “Euphonia Suite”, un’opera nella quale 17 sue canzoni ritornano a vivere di nuova vita, senza soluzione di continuità. Il trio parte in tour, dalla Puglia dove il progetto è stato realizzato, e percorre tutta la penisola riscuotendo successi di critica e pubblico. Stranamente fra le varie tappe, mancava Bari, fino a venerdì scorso, quando finalmente il concerto è stato eseguito al Teatro Forma, secondo appuntamento della stagione di “Nel Gioco del Jazz”: realizzato il sold out.

Si comincia come nel disco con “Voglio” e “Soweto”, a dirci di sogni e speranze, di pace sempre conclamata e mai raggiunta. Si avverte un impatto che concentra la sua forza d’essere in un tono delicato e intimo, come una chiacchierata senza impegno di fronte a un gruppo di amici con la chitarra in mano. Ma non ci sono chitarre: c’è il pianoforte di un magistrale Signorile e ci sono i sax (tenore e soprano) di un ispirato Casarano fine cesellatore. “Katia” è il dolce ricordo dei primi amori giovanili, densa di malinconie adolescenziali. Passando da “Diesel” si arriva a “Oceano di silenzio”, scritta da Franco Battiato: le emozioni si fanno forti e scivolano fino a toccare il fondo dell’anima. La bellezza è assoluta e senza tempo. “Mezzzaluna” evoca atmosfere notturne e magiche, “Le ragazze di Osaka” prende il cuore, “Bella Italia” è magnifica e il pubblico finisce per accompagnarla. Tutto il concerto è un inno al lirismo: nei testi di Eugenio, nelle musiche; nel pianismo di Signorile che svolge instancabile un lavoro intenso e raffinato, sorreggendo tutta la struttura musicale, introducendo, accompagnando, sottolineando e legando le canzoni fra di loro senza pause; nei fraseggi di Casarano che svolge un ottimo lavoro di rifinitura, lasciando riprendere fiato a Finardi con degli assolo da applausi a scena aperta.

“Patrizia” è una dolce canzone d’amore che da Bari per la prima volta viene inserita nella scaletta ufficiale. E per accelerare i ritmi arrivano “Vil coyote”, divertente tuffo nei cartoni animati, “Holyland” che rimarca l’amore per il blues, e la filastrocca “Ambaraboogie” che sconfina nella “Hit the Road Jack” di Ray Charles.  Non è finita: “Un uomo” e “Amore diverso”, dedicata alla prima figlia Elettra, sono delicate e struggenti; come la splendida “Una notte in Italia” di Ivano Fossati, sussurrata, affascinante, riflessiva. E non può finire senza “Extraterrestre”, destrutturata e ricostruita, con il testo migliore che Eugenio abbia mai scritto. Non c’è più la rabbia degli anni giovanili, ma una infinita dolcezza sospesa fra emozioni e sentimenti.

In tal senso “Euphonia” è un evento dinamico, in un fluido divenire.

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