Il volto nascosto della beneficenza. Che fine fanno i vestiti che si donano a favore dei poveri? Come funziona il sistema delle adozioni internazionali? E il commercio equo e solidale? Sono solo alcune delle domande a cui fornisce risposta l’inchiesta della giornalista Valentina Furlanetto, che da oltre dieci anni fa parte della redazione di Radio 24 – Il Sole 24 Ore, occupandosi prevalentemente di economia e temi sociali per i giornali radio, nel libro “L’industria della carità”, pubblicato da Chiarelettere.
Attraverso le storie e le testimonianze inedite raccolte dall’autrice, il libro racconta un mondo, quello della solidarietà, di cui non si sa mai abbastanza. Tra sms che salvano, adozioni a distanza, partite del cuore, campagne televisive, azalee e arance benefiche, la Furlanetto, numeri e dati alla mano, individua quanti milioni di euro raccolti arrivano realmente a chi ha bisogno.
Leggendo le pagine del libro, la risposta che viene fuori dalle testimonianze di cooperanti italiani e internazionali e dai più recenti e non sempre completi dati di bilancio, considerato che in Italia non esiste l’obbligo di pubblicare un vero e proprio bilancio economico-finanziario, è che tra profit e non profit c’è ormai poca differenza. Infatti, sono migliaia le associazioni “in lotta”, una contro l’altra, per raccogliere sempre più fondi. Quelle più grandi spendono milioni per promuoversi e farsi conoscere, le più piccole sono schiacciate dalla concorrenza.
Inoltre, gli stipendi dei manager del settore non profit sono ormai uguali a quelli delle multinazionali, anche se i soldi non sono che una parte della questione, infatti c’è molto altro da sapere. Ad esempio, come evidenzia l’autrice, la filantropia ha fatto cose importanti, ma è anche il simbolo del fallimento della politica. Gli esseri umani non dovrebbero dipendere dalla generosità di altri. Se poi la generosità diventa un business è importante raccontarlo per impedire che qualcuno si arricchisca sulla buona fede dei donatori.











