Questa appena iniziata potrebbe essere una settimana decisiva per i destini industriali e strategici dell’Ex Ilva di Taranto, attualmente sotto la gestione pubblico-privata di Acciaierie d’Italia. Mercoledì è, infatti, il termine fissato per una chiusura consensuale del rapporto tra i soci privati (Arcelor Mittal) e pubblici (Invitalia) che gestiscono insieme l’azienda siderurgica in maniera da cercare di evitare un lungo e probabilmente sanguinoso scontro legale.
Il punto centrale è questo: servono subito importanti investimenti per riprogrammare la sopravvivenza degli impianti e la gestione perlomeno ordinaria del siderurgico, ma Arcelor Mittal non è disposto a mettere denaro, anche se fino ad ora ha detenuto la maggioranza (62%) dell’azienda. Il socio di minoranza (il Governo tramite Invitalia) si è detto disposto ad investire con un aumento di capitale in maniera da diventare socio di maggioranza, ma il privato è indisponibile anche ad interventi “di minoranza”.
In soldoni: non vogliono più mettere soldi, anche se sono disposti a restare per compartecipare alla gestione (che vorrebbero mantenere). Da qui la necessità di trovare un accordo possibilmente pacifico.
Secondo indiscrezioni di stampa, lo Stato italiano sarebbe pronto ad offrire quattrocento milioni di euro (duecentocinquanta, secondo altre stime) ad Arcelor Mittal al fine di estromettere i francoindiani dalla guida di Acciaierie d’Italia.
Una fumata nera dell’incontro di mercoledì prossimo inevitabilmente aprirebbe le porte all’amministrazione straordinaria e alla nomina di un commissario con uno scenario che, oltre ad avere forti ed improbabili implicazioni legali, è quello che preoccupa di più tutta la filiera dell’indotto e dei fornitori, che potrebbero vedersi tagliare crediti, lavoro ed investimenti.
E mentre in Italia c’è aria di forte dismissione, si annunciano fortissimi investimenti per la decarbonizzazione. Ma in Francia. Ieri annuncio congiunto: lo Stato francese ed Arcelor Mittal investono 1,6 miliardi di euro per ridurre le emissioni di CO2 dalla produzione dello stabilimento siderurgico di Dunkerque. La decarbonizzazione: quella che a Taranto, di fatto, finora è stata attesa invano.











