La figura di Ofelia è entrata di diritto nell’immaginario collettivo di chi segue teatro e letteratura, non solo come vittima sacrificale della cattiveria degli uomini, ma anche come simbolo di innocenza e femminismo. Naturalmente ha ispirato pittori (Millais, Lefebrve), poeti (Rimbaud) e musicisti, anche recenti come Guccini, De Andrè, Endrigo, Lou Reed. Le è stato dedicato finanche un satellite di Urano. E allora perché per riprendere l’Amleto di Shakespeare non partire da uno dei protagonisti femminili in un’opera dominata soprattutto dagli uomini e dalle loro passioni?
Su idea e adattamento di Katia Nacci della Compagnia Teatrale ‘Scene’ è nato così “Il girone di Ofelia”, rappresentato a Bari al Teatro Bravò. L’allestimento perde le connotazioni del 1600 e si trasferisce in uno spazio-tempo indefinito in cui sulla scena scarna si alternano personaggi in abiti inverosimili ma plausibili. L’accento è posto altrove: “Esploriamo il dolore e la disperazione” dice Katia, e i due sentimenti universali vengono portati all’esasperazione in quella che è la tragedia più “noir”, mi si passi il termine, della produzione shakespeariana: “Tutto ciò che vive deve morire per passare dalla natura all’eternità”. Vi succede di tutto, e la cattiveria umana si fa cruenta malvagità (fattori sempre attuali nella Storia): trono usurpato, avvelenamenti, intrighi di corte, giochi di potere, tradimenti. È il peggio della natura umana messa in scena e filtrato attraverso la dolcezza, l’innocenza e la sensibilità della donna che più di tutti vuole restare estranea alla vicenda. Ofelia è figlia di Polonio, ciambellano ad Elsinora, capitale della Danimarca, e assiste alle lotte fratricide della famiglia reale. Innamorata di Amleto si crede ricambiata, ma il principe, nella sua perenne ambiguità, vuole tenerla lontana dal mondo perfido che lo circonda, e la allontana. A ciò si aggiungono le opposizioni del fratello di Ofelia, Laerte e del padre che ritengono Amleto pazzo. Quando Amleto uccide Polonio la ragazza è sconvolta e finisce per naufragare nella stessa follia di Amleto: “ …io la più infelice e derelitta delle donne” e “Me misera, che ho visto quel che ho visto e vedo quel che seguito a vedere”. Così Ofelia, dopo avere distribuito fiori ai personaggi sulla scena si lascia morire annegando in un fiume. Non è escluso che Shakespeare per questo suicidio si sia ispirato a Katherine Hamlett, una ragazza che nel 1579, quando il drammaturgo aveva solo 15 anni, annegò nell’Avon.
Amleto rimane il “motore” del dramma fino alla fine, quando tutta la famiglia si distrugge, vittima della propria malvagità che si insinua in un duello all’ultimo sangue e in tragici giochi del destino.
L’abilità nella pièce sta tutta in una sorta di destrutturazione dell’opera shakespeariana che viene frammentata in scene modulari: ognuna è come la tessera di un mosaico che un po’ alla volta va a ricostruire tutta la vicenda. Il progetto è del 2022 e nel tempo ha subito variazioni e ritocchi (come l’inserimento di liriche di Emily Dickinson), che ne hanno fatto un vero gioiello: un prestigioso riconoscimento è stato il premio UILT Puglia. La regia, sempre attenta e personale, è di Katia Nacci con la collaborazione di Roberto Romeo e Massimo Abrescia; quest’ultimo ha curato anche le musiche originali, eseguite tutte dal vivo. Sul palco Vito Rutigliano (Amleto) e Mina Albanese (Ofelia) nella parte dei protagonisti; Alessandro Schino è Re Claudio, Sarah Pofi è la Regina Gertrude; inoltre Daniel Torre (Laerte), il già citato Roberto Romeo (Polonio), Aldo Berardi (spettro), Riccardo Palamà e Simona De Santis nella parte degli attori comici.
Intelligenza e creatività fanno di questa pièce un tentativo riuscito di interpretare senza presunzione una celebre tragedia in chiave originale, orientando ma evitando di incidere in maniera significativa su trama o finalità.




















