A 102 anni dalla sua nascita. Un viaggio onirico quello che attraversiamo con le parole di Pasolini, tra realtà e semirealtà. Non a caso il racconto si chiama Le due Bari. Il poeta racconta di un viaggio breve nella città ambientando il tutto tra la notte e la mattina successiva. Un viaggio quasi mistico che sfiora la dimensione della teatralità e dell’assurdo. Lo spazio e il tempo, descritti in quelle poche righe nel 1951, sembrano sospesi e indeterminati con personaggi che hanno volti e sembianze oniriche.
Parte con una situazione kafkiana e paradossale: Pasolini arriva in tarda serata a Bari e scende dal treno ma immediatamente si rende conto di non poter o non voler attraversare la città. Ha bisogno di un posto dove dormire ma ormai il piazzale è vuoto.
Dopo qualche istante di incertezza, questa disperata tensione si trasforma in curiosità nei confronti della Bari sconosciuta “distesa contro il mare”. Superata, seppur con timore, quella duplice sensazione, “la seduzione dell’avventura e un ultimo residuo di prudenza”, eccolo perdersi tra le strade piene di insegne luminose, camminando su pietre consunte e malinconiche, eccolo in pochi passi ritrovarsi in una Bari moderna ed elegante, quasi come in “quartiere della Roma Piemontese, come i Prati”.
La città che attraversa Pasolini esprime però disamore: sorda disperazione prima, risonante allegria dopo. Una città che di notte perde il contatto con la società: aria di chiuso, quella luce vuota senza vita e quel vento di periferia che spinge i passanti. Si stupisce Pasolini che il corso principale venga chiamato Càvur “in mezzo alla più desolante indifferenza”. La ricerca di un posto dove dormire, un po’ come avviene oggigiorno, appare difficile. Una città che ha visto la guerra e la rivoluzione ma che deve ancora divenire borghese, nonostante le insegne luminose. Finalmente Pasolini trova camera grazie all’uomo che lo aveva ossessionato all’ingresso della città, non appena sceso dal treno. Una camera condivisa con altre persone.
Nella notte si stabilisce nella sua stanza un uomo, un ferroviere. E così, in un mondo alla rovescia in cui la logica del reale si scontra con l’assurdità della modernità, durante la notte quell’uomo diventa oggetto inanimato, diviene macchina, diviene treno. Inizia a produrre segnali acustici e luminosi come una vecchia locomotiva, sbuffando e sferragliando. Un ronzio spaventoso, poi un rombo.
Superata la notte “si alza il sipario del buio”, ecco nuovamente Bari e la sua felicità adriatica, il mare generoso, un dono “non sai se di bellezza o di ricchezza”. Pasolini resta ammaliato dal lungomare “splendido” così come dalla folla di barche che si lascia dondolare nel tepore della maretta. C’è aria di festa tra i pescatori e l’euforia del progresso tra i “boulevards o avenidas”. Bari come una Torino adolescente, rotti i legami che imprigionavano i pugliesi con tutti i meridionali, Bari ha raggiunto “il livello delle città del Nord” meno vocate al silenzio. E l’allegria dei baresi è seria, in un ossimoro che ricorda l’irrazionalità di una città che ha tanto da offrire ma che tanto nega agli altri. Al mattino, ricorda Pasolini, tutto è chiaro, pulito e purificato. I baresi si divertono a vivere col cuore leggero. La trasformazione notturna della società è avvenuta: dalle viscere della città sconosciuta ad una città che al mattino riacquista il suo valore e la sua luce stupenda.
Oggi come allora Bari è divisa in due: inferno e paradiso, passione e ideologia, luce e ombra. Spetta a noi cambiare la percezione della città affinché sia autentica e non si perda nel buio della notte.











