Continua intensamente l’attività del ‘Teatro delle Bambole‘ per celebrare i suoi 20 anni di vita. L’ultima produzione ha avuto il debutto il 18 aprile al Teatro Duse di Bari nella nuova sede in via Carulli, registrando un soddisfacente sold out.
Questa volta l’attenzione di Andrea Cramarossa, regista, si è rivolta al terzo romanzo di Virginia Woolf, “La stanza di Jacob” del 1922, uno dei più significativi, insieme all’”Ulisse” di Joyce, nella svolta artistica dei primi del ‘900 che prese il nome di ‘movimento modernista’. Si tratta di una evoluzione radicale per quanto riguarda la letteratura con l’introduzione innovativa del ‘flusso di coscienza’, una tecnica che tiene conto dei pensieri così come si formano nella mente, prima di assumere una organizzazione logica. La premessa serve a sottolineare il progetto di ricerca di Cramarossa, “Dalla Letteratura al Teatro”, nel quale si inserisce la pièce, un esercizio e una ricerca che caratterizza un po’ tutta la produzione del “Teatro delle Bambole”.
Il romanzo narra della vita di Jacob Flanders, ispirata a quella di Thoby, fratello della scrittrice, morto a soli 26 anni nel corso della Prima Guerra Mondiale. La narrazione, ambigua e a tratti enigmatica, ruota attorno all’assenza del protagonista, descritto in maniera indiretta attraverso percezioni, ricordi, emozioni, ‘stanze’ appunto, stanze di esistenza, dalla tenera età a quella adulta. E’ un’elegia dell’assenza, del vuoto (quello lasciato dal ragazzo in guerra), o quello della realtà che ne è il rovescio della medaglia? D’altro canto la Woolf ebbe a scrivere “Voglio desostanziare le cose…ma ho io il potere di esprimere la realtà?”
Il teatro di Andrea parte forse proprio da questo interrogativo intrigante e segue la struttura disomogenea della scrittura, slegata da ogni progressione cronologica o da canoni razionali. La ‘stanza’ ha solo un tavolo coperto da una tovaglia ricamata e una sedia; disseminati qua e là a caso sullo stesso tavolo e sul pavimento giocattoli e soprattutto pupazzi di varie forme e grandezze. Jacob, interpretato da Federico Gobbi, è un bambino che racconta, a volte con la voce della sua età, a volte con la voce di un adulto. Parla di personaggi assenti, che vivono solo nelle sue parole, dal padre Seabrook, morto prematuramente, alla madre Betty, al fratello Archer, all’amico Timmy; parla delle vacanze alle Isole Scilly, dei panorami della Cornovaglia. E’ un viaggio introspettivo, ma anche dirompente o meditativo, fuori dal tempo letterario, tra futuro, flashback e un presente inafferrabile fatto di azioni apparentemente insignificanti. Ma c’è di più. Cramarossa ha individuato nello stile della Woolf, come in quello di Thomas Hardy, uno dei cardini della struttura del cinema, la cui nascita risaliva a circa 25 anni prima della stesura del romanzo. Sarà anche per questo che l’intera pièce è giocata sulla luce e sul buio, in una sorta di chiaro-oscuri la cui gestione mette in risalto i moti e le sensazioni dell’animo, i cambiamenti d’umore, i turbamenti della coscienza, ma anche le situazioni di un set cinematografico. E’ l’attore che accende e spegne mini lampadine, o piccole torce, le cui luci danno forma e concretezza al suo volto, alle sue espressioni, e agli oggetti sparsi. Esiste solo quello che è visibile, udibile, oppure il silenzio e il buio ci rivelano cose che esistono e sono altrimenti percepibili?
Intanto la guerra incombe: rombi di tuono e di cannone lacerano l’aria e lo spazio e le luci si fanno inquietanti, come inquiete e tormentate, spaventate, sono le anime dei giovani. Jacob muore, portando con sè la bellezza dei ricordi dei suoi viaggi in Grecia e in Italia: e la sua assenza diventa totale, reale. Così la sua stanza rimane vuota, come vuoto è stato il suo raccontarsi, in una indagine affannosa per attribuirsi il coraggio dell’esistenza.
Abile, attenta, meticolosa e intelligente la regia di Andrea Cramarossa, come sempre; interpretazione superba di Federico Gobbi, non solo nei gesti e nelle parole, ma dell’intero lavoro nelle sue valenze più profonde.
“Tutta la storia si concentra dietro il vetro di una finestra: è inutile scappare”











