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Food, le rubriche e guide sui social. Ci si può davvero fidare degli influencers?

Capita spesso di ricercare contenuti accattivanti e interessanti sui social. Nel giro di pochi click ci si ritrova a “cadere in tentazione”: una borsa, un paio di scarpe, ma anche, o soprattutto, in qualche piatto gourmet veloce o magari in un trucco per cucinare qualche piatto goloso e ricercato in pochi e semplici passaggi.

Questi suggerimenti insomma sono all’ordine del giorno, ad ogni tentazione non mancano mille e più soluzioni. Di solito, ad accompagnare il nostro desiderio, ci sono una miriade di video. L contenuti sono molto simili e ripetitivi: mostrano il locale, tavole imbandite, il proprietario o la proprietaria del locale, e l’influencer con faccia estasiata che non crede ai propri occhi.

È uno storytelling che convince per la sua naturalezza ma, in fondo, anche per la sua assurdità. Spesso infatti a fronte di una recensione a cinque stelle su instagram fa da contraltare una con votazioni più severe su siti di recensioni quali trip advisor o direttamente su google. I ristoratori insomma, seguendo la falsariga del noto programma di Alessandro Borghese, preferiscono puntare sul visual, su immagini e video ad alto contenuto che possano convertirsi in breve tempo in followers prima e in possibili clienti dopo. Le votazioni, soprattutto quelle più stroncanti, scompaiono dai radar. Non ci sono più location, servizio, menù e conto (oltre allo special).

La domanda sorge spontanea: possiamo fidarci di questi influencers? La domanda non è banale, d’altronde chi sono queste persone per poter giudicare, il più delle volte positivamente, locali, pub bracerie e ristoranti?

Solitamente non è inserito nella loro biografia nessuna informazione che renda il loro giudizio irreprensibile e neutrale. Si definiscono rubriche o guide dei migliori locali pugliesi, ma migliori per chi? E quali sono i criteri che rendono il loro giudizio neutrale?
Certamente, essendo stati pagati per una collaborazione, la neutralità e l’essere super partes diventa pressoché impossibile. Se si scorre poi la loro “griglia” su instagram ci si rende presto conto che i locali consigliati sono davvero tanti e di ogni ordine e grado. Si va dal dolce al salato, dalla carne al pesce, dalla pizza barese a quella napoletana, insomma una varietà davvero sorprendente alla portata di tutti e gratuita. Sì perché se le guide realizzate da professionisti del settore come slow food o gambero rosso seguono criteri e crismi ben precisi, ciò non avviene per le guide in oggetto.

Il video tipo: “ecco un locale che devi provare…sicuramente non lo conosci…cosa si mangia in un locale da cinque stelle….” . Poi una voce fuori campo racconta in maniera molto enfatica un luogo incredibile, primi piatti di ogni tipo di piatto, un crescendo di servizio e portate meravigliose. E il nome del locale? Arriva certo, ma alla fine del video. Prima si dà spazio agli antipasti, ai primi, secondi, dolci e caffe….e soltanto all’ultimo secondo, viene finalmente raccontata la Location. L’informazione più importante viene data alla fine. Il gancio è sempre lo stesso e suona più o meno così : “devi assolutamente provare questo posto che sicuramente non conosci”. Il video, creato in questa maniera, genera molto hype e viene visualizzato fino alla fine con insights altissimi, spesso ci sono anche dei codici sconto per i followers e questo crea il gancio per iniziare a seguire la pagina e poi, in base ai gusti, di fare un salto anche sulla pagina del locale.

Certi contenuti, si sa, diventano presto virali, è un’occasione per socializzare con amici e parenti. Insomma un modo di parlare di un nuovo posto, magari di un piatto fusion o di una location innovativa. Il tema non è impegnativo, non si parla di cultura o politica, ma di cibo. Un argomento democratico e rassicurante, dove non serve, per forza, un background importante.

Tuttavia, anche il tema cibo in realtà avrebbe bisogno di un interesse maggiore da parte di chi diffonde contenuti. Sarebbe utile, ad esempio, sapere quali sono i posti dove ci sono prodotti a chilometro zero, dove l’olio, le uova e le verdure sono davvero fatte in casa. Sarebbe interessante sapere anche se i collaboratori in cucina sono tutti messi a norma e se il personale in sala è pagato in nero o meno. Immaginate ora il mercato e la caccia ai clienti che c’è su un tema così caldo.

La gara allora si sposta dalla cucina ai social.

Non è importante offrire un prodotto di qualità, ma che venga percepito come tale. E il servizio? Come si comporta il personale di sala? Sono gentili, cordiali? E le attese? E cosa succede il fine settimana? Insomma questi contenuti sono forieri di numerosi equivoci. Un vero e proprio specchietto dove le allodole siamo noi. Difficile trovare un contenuto in cui viene criticato qualcosa. Tutto è sempre perfetto, nessuna sbavatura, strano vero?
È l’immagine di una vetrina, che non è mai opaca. In cui le recensioni negative ricevute su alcuni siti vengono cancellate a colpi di condivisioni e visualizzazioni. Un mondo irreale e virtuale dove tutto, in apparenza, è perfetto.

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