La prima notizia che balza all’occhio è che, in un clima di ristrettezze generali, spending review e austerity, la Chiesa italiana ha rafforzato la sua posizione economica. La seconda, è che lo Stato italiano ha scarso interesse verso la propria quota di Otto per mille. La terza, che il 65% delle dichiarazioni dei redditi erronee sono state comunque assegnate al Vaticano.
Tutti elementi che fanno riaprire un fascicolo mai chiuso presso la Corte dei conti nei confronti dell’Italia. Non solo, ma ancora a destare sospetti è la mancanza di controlli, e l’assenza di campagne di sensibilizzazione. Praticamente, a differenza dei cattolici, il Bel Paese non promuove e non divulga le attività che svolge o svolgerebbe se gli fosse destinato il contributo volontario, lasciando il campo libero.
Dal 1984, anno della revisione del concordato per mezzo dell’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Bettino Craxi ed il Segretario di Stato Vaticano Agostino Casaroli, passando attraverso l’immortale Ministro delle Finanze Cirino Pomicino, il contributo alle confessioni religiose avviene per scelta volontaria dei contribuenti all’interno della dichiarazione dei redditi.
Le somme ormai hanno superato il miliardo di euro l’anno e spesso sono utilizzate per fini impropri. Già nel 2014 era stata lamentata la scarsa trasparenza e la mancata pubblicizzazione delle destinazioni d’uso.
Così in un clima di attenzioni finanziarie e parsimonia, Papa Francesco da egregio comunicatore nella sua opera di infaticabile repulisti, dovrebbe mettere mano anche a questo capitolo in modo tale da allontare sempre più le ombre, che nel tempo sono diventati fastidiosissimi privilegi.
Unti dal Signore va bene, ma bisunti di denaro?











