Resteranno in Svizzera gli 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva, azionisti dell’Ilva con il 90% ma espropriati all’atto dell’ammissione del siderurgico all’amministrazione straordinaria.
Soldi che, secondo il decreto Salva-Ilva, avrebbero trovato impiego in interventi di risanamento necessario ed obbligatori, soprattutto per la messa in sicurezza e la tutela ambientale. Come verranno, ora, effettuati questi lavori? Mentre in Svizzera (e a Milano) i giudici e i tribunali litigano sulle somme sequestrate e sui reati (per ora ancora presunti) della famiglia Riva, a Taranto si resta con il cerino in mano, e con le tasche vuote.
Subito Michele Emiliano, in una nota diffusa alla stampa in mattinata, ha chiesto un incontro urgente al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dopo aver appreso della decisione del tribunale federale di Bellinzona relativa al rientro dei capitali della famiglia Riva. Un incontro reso necessario proprio dallo scenario che si apre per Taranto, che rischia di vedersi vanificati gli sforzi sulla tutela ambientale e della salute pubblica, anche perchè il Governo puntava proprio sui quei denari che, al momento, restano bloccati (e sequestrati) in Svizzera.
Il Tribunale federale di Bellinzona ha detto no al rientro in Italia di 1,2 miliardi di euro sequestrati dalla magistratura italiana più di due anni fa alla famiglia Riva in una delle inchieste della Procura di Milano sulla gestione del colosso siderurgico e che, sulla base di un provvedimento del gip e sulla scorta di una normativa introdotta ‘ad hoc’ nei mesi scorsi, dovevano essere destinati agli interventi di risanamento necessari, soprattutto dal punto di vista ambientale.
Lo scorso maggio, infatti, il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo, aveva sbloccato il denaro congelato nel maggio 2013, ai fratelli Emilio (morto nel 2014) e Adriano Riva e a due loro consulenti accusati di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni.
Nel decreto del giudice si applicava, tra l’altro, quanto previsto dalla legge cosiddetta ‘Salva Ilva’, che prevede un sofisticato meccanismo tecnico per permettere al colosso siderurgico, ora in amministrazione straordinaria, di utilizzare quei fondi, sequestrati ai Riva e sbloccati, e destinarli al risanamento e al rilancio dell’azienda, applicando tutte le prescrizioni del ‘Piano Ambientale’. L’ordinanza del giudice era stata inoltrata dalla Procura di Milano a quella di Zurigo che, a sua volta, aveva dato l’ok al rientro dei soldi in Italia e aveva notificato il provvedimento
alla banca Ubs di Lugano dove le somme sono custodite.
Oggi i giudici di Bellinzona, pur negando formalmente la “legittimazione” delle figlie dell’ex patron dell’Ilva a ricorrere contro il sequestro ed il rientro dei soldi della famiglia Riva sequestrati, hanno deciso di “intervenire d’ufficio”, come si legge in un comunicato del Tribunale svizzero, per bloccare la consegna all’Italia delle somme sequestrate, classificandolo come un ‘esproprio’. Ora solo la Procura di Zurigio, entro dieci giorni, potrà impugnare la decisione del Tribunale. Nel frattempo, i quasi 1,2 miliardi restano sotto sequestro sui conti a Lugano.
Duro con la decisione del giudice svizzero è Guglielmo Minervini.
“Quei capitali sono stati portati illegalmente all’estero. Devono rientrare nel nostro paese per bonificare e ambientalizzare l’ILVA. Altrimenti il Governo deve intervenire. Velocemente e con decisione. Bene ha fatto Michele Emiliano a chiedere subito un incontro al Presidente Renzi”. Lo dice in una nota il capogruppo regionale di “Noi a Sinistra per la Puglia”, Guglielmo Minervini.
“Purtroppo la strategia del Governo – continua Minervini – si è rivelata un azzardo, soprattutto perché non è stato pensato a un piano di riserva nella ipotesi, che invece va prendendo piede, di una mancata restituzione alla Puglia e ai tarantini di quelle preziose risorse economiche. La situazione sta assumendo connotati davvero preoccupanti”.
“Per questo è necessario pensare immediatamente a nuove possibili soluzioni per garantire la riconversione dell’impianto produttivo assieme alla salvaguardia delle migliaia di posti di lavoro. Il Governo deve prendere in mano la situazione prima che precipiti definitivamente. Il Governo regionale, gli attori sociali, tutta la Puglia faccia sentire forte la sua voce. Se dovesse essere confermata la decisione della magistratura svizzera – conclude Minervini – davanti a noi avremmo davvero pochissimo tempo per scongiurare il peggio”.












