Sono due le dimensioni principali delle Grotte di Castellana: la profondità e il tempo. La prima è tanto evidente dalla discesa “fisica” necessaria per accedervi quanto nei pensieri e nelle suggestioni che esse riescono ad evocare. Il tempo, immobile ma millenario, è impresso “a ghiaccio” nelle forme che la natura ha saputo creare, goccia dopo goccia, in milioni di anni.
Tempo e profondità sono le dimensioni entro cui si muove la produzione – musicale e teatrale – di Simone Cristicchi, protagonista lo scorso 3 gennaio dello spettacolo “Viaggi e storie di un fabbricante di canzoni”, terzo appuntamento musicale della rassegna Natale nelle Grotte.
Nella consueta presentazione a cura di Eugenio Finardi, direttore artistico della sezione musicale, il cantautore milanese ha sottolineato “la profondità d’animo del giovane cantautore romano”, in grado di “rievocare le memorie, talvolta frettolosamente archiviate, del popolo italiano”. Uno sguardo disincantato sul mondo che sulla scena assume le forme del Teatro Canzone di gaberiana memoria, ben supportato da una capacità narrativa fra il goliardico e l’appassionato che rimanda a Enzo Jannacci.
Simone Cristicchi non è solo il principe ereditario di uno o più stili, poiché la sua bravura – sottovalutata? – risiede nella capacità di ricontestualizzare forme musicali già esistenti in beat, arrangiamenti e scelte linguistico-lessicali lontane da quei meravigliosi anni ’70 che, chissà, riecheggiano nella collezione personale di dischi dell’artista romano. Quelle canzoni che orecchie distratte potrebbero percepire come filastrocche talvolta dolci, spesso orecchiabili e apparentemente inermi divertissement racchiudono l’inespresso sogno di rivalsa dei condannati alla Damnatio memoriae, piccole grandi storie rimosse dalla narrazione collettiva che reclamano uno spazio, una voce, una visibilità troppe volte negata.
Del resto, anche in un ospizio dimenticato da Dio può nascere l’amore fra due esseri umani sul tramonto dell’esistenza (L’ultimo valzer), anche un malato mentale conosce il linguaggio universale dei sentimenti (Ti regalerò una rosa), anche un pesce destinato alla catena alimentare può dire la sua sulle defaillance dell’intero ecosistema (Il pesce amareggiato). Del resto anche Gesù, oggi, sarebbe invisibile ai più, riconosciuto solo da quanti – raggirati, discriminati e isolati – provengono dalle periferie del mondo, come raccontato nello struggente monologo A volte ritorno.
La decostruzione dello star business e l’anatema verso l’ipocrisia del mondo massmediale è l’altro tema ricorrente nella produzione artistica di Simone Cristicchi. Laura è un sentito omaggio all’attrice Laura Antonelli, abbandonata a sé stessa dopo i fatti di cronaca legati al suo consumo di droga e agli effetti nefasti delle operazioni chirurgiche a cui s’era sottoposta per preservare la sua bellezza. La stessa Vorrei cantare come Biagio Antonacci, prima hit di una carriera ormai lunga 10 anni, altro non è che un manifesto musicale dello stesso Cristicchi: alla canzone “industriale”, il cantautore contrappone composizioni “artigianali”.
A completare il quadro, un’esibizione in cui Cristicchi affronta in maniera quasi sfacciata il freddo delle grotte – giacca e cravatta, in barba alla bassa temperatura – e un crescente feeling con il pubblico che giunge al culmine quando il Biagio Antonacci della sua canzone si trasforma in Gigi D’Alessio. Delle serie, anche un bravo cantante ha il compito di restare sul pezzo.
(foto Mariagrazia Proietto, Grotte di Castellana)











