Alle porte la nuova tornata elettorale, il referendum abrogativo in materia di lavoro e cittadinanza. La chiamata in cabina è prevista, come noto, per i prossimi 8 e 9 giugno allorquando i cittadini saranno invitati ad esprimere il personale parare sui cinque quesiti referendari.
Poca l’informazione che circola nel Paese rispetto l’oggetto del Referendum che, nella sostanza, avanza una proposta per salvaguardare la sicurezza sul lavoro e il rapporto tra dipendenti e datori nelle piccole imprese, oltre che il quesito per abbattere i tempi di acquisizione della cittadinanza italiana, da dieci a cinque anni. Quasi inesistente dunque la campagna informativa che a detta di taluni vuol essere una vera e propria manovra politica del Governo Meloni.
È la posizione del centrosinistra che in questi giorni sta alzando la voce: in particolare, in Puglia il Partito Democratico ha presieduto il centro Rai di Bari per denunciarne l’insufficiente divulgazione e difatti una pubblica televisione dovrebbe garantire la pluralità delle opinioni (secondo Agcom, le trasmissioni giornalistiche della Rai hanno parlato del Referendum meno dell’1%, un valore pressoché irrisorio per le forze politiche oppositrici).
Tuttavia, il nodo più triste della vicenda è apprendere di alcuni sigle sindacali non appoggiare il Referendum dell’8 e 9 giugno: un sindacato che, sebbene per natura nasca con e per il lavoratore, non sposa la campagna referendaria e anzi disapprova. È il caso, ad esempio, di Cisl che ritiene i quesiti superati ma soprattutto dannosi per i lavoratori. Nel dettaglio, la segretaria generale Daniela Fumarola, ha dichiarato che i Referendum non rappresentano lo strumento adeguato per affrontare questioni complesse come quelle del mercato del lavoro. Secondo Fumarola, “pensare che abolendo il Jobs Act si risolvano le criticità del nostro sistema-lavoro è illusorio”.











