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Il libro bianco sul futuro della difesa europea e l’incontro NATO a l’Aia

In questi giorni di incertezza globale e di instabilità politica dove si fatica a capire chi siano gli alleati, chi i buoni e chi i cattivi e da che parte della storia convenga stare si è tornato nuovamente a parlare della difesa europea e in particolare del libro bianco sul futuro della difesa europea.

Ma cos’è il libro bianco?  I libri bianchi della Commissione europea sono documenti contenenti proposte per l’azione dell’Unione europea in un settore specifico. In alcuni casi, fanno seguito a libri verdi pubblicati allo scopo di avviare un processo di consultazione a livello europeo. Lo scopo di un libro bianco è l’avvio di una discussione con il pubblico, le parti interessate, il Parlamento europeo e il Consiglio al fine di approdare a un consenso politico. Non è la prima volta che negli ultimi anni si parla di libri bianchi, lo si è fatto anche parlando di temi attuali come l’intelligenza artificiale.

Cosa cambia però in questo momento? Quello che sembrerebbe essere minacciata, non è più la nostra attività lavorativa sostituita dalle macchine o dall’IA, ma la nostra vita. Da chi e perché, difficile dirlo con chiarezza.

Sì perché secondo i più alti rappresentanti delle Istituzione Europee l’architettura geopolitica di pace durata più di sessant’anni è finita.  Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, ha dichiarato: “L’era dei dividendi della pace appartiene ormai al passato. L’architettura di sicurezza su cui ci siamo basati non può più essere data per scontata. L’Europa è pronta a rafforzare la propria sicurezza. Dobbiamo investire nella difesa, rafforzare le nostre capacità e adottare un approccio proattivo alla sicurezza. Stiamo adottando un’azione risoluta con la presentazione di una tabella di marcia per essere preparati per il 2030, con un aumento della spesa per la difesa e investimenti importanti nelle capacità industriali europee nel settore della difesa. Dobbiamo puntare agli acquisti in Europa perché ciò significa rafforzare la base industriale e tecnologica di difesa europea e stimolare l’innovazione. E ciò significa anche creare un mercato a livello dell’UE per i materiali di difesa“.

La locuzione latina “si vis pacem para bellum” si sposa bene con la situazione attuale. Ma è pur vero, che se una reale minaccia ci fosse, con tutte le dichiarazioni diffuse a mezzo stampa di attuale debolezza a livello militare, se una reale minaccia fosse davvero presente sul territorio, avrebbe ben potuto attaccare trovando probabilmente la strada spianata. Perché non farlo?

Si aggiunga a ciò, che in tutti questi anni che la Von der Leyen chiama “era dei dividendi della pace”, sono state comunque portate avanti numerose missioni militari, sono state mantenute e sostenute sedi estere e diplomatiche che avevano il compito di monitorare la stabilità sui territori di competenza. Si aggiunga inoltre che sono numerose le istituzioni e gli strumenti che si sono, o meglio avrebbero dovuto occuparsi, a vario titolo della situazione europea. Consiglio, Commissione, Parlamento, Politiche estere e di sicurezza comune, l’EAAS al cui capo c’è appunto l’Alto rappresentante Kaja Kallas, l’European Peace Facility strumento attivo dal 2021 con cui gli stati hanno messo a disposizione la cifra di 17 miliardi di euro. Perché nonostante tutto questo dispiegamento di forze diplomatiche, economiche e militari la situazione non è più sotto controllo?

E se anziché ascoltare la narrazione dell’aggressione di un paese sull’altro, ci focalizzassimo sulla situazione economica globale, ci potremmo iniziare a rendere conto che parole come tregua e pace giusta non vanno di pari passo con le mire espansionistiche dei nostri rappresentanti politici e con la crisi globale che serpeggia su molti stati europei e non.

La conferma dei dubbi che aleggiano nell’aria, assieme ai missili che Iran e Israele continuano a lanciarsi, arriva oggi con l’incontro Nato a l’Aia nei Paesi Bassi.  Cosa si è deciso? Sostanzialmente si è deciso di aumentare la spesa per la difesa nazionale dal 2 ad almeno il 3,5%, più un ulteriore 1,5% per le infrastrutture, per un totale del 5% del potere economico. Insomma se numerosi settori, primo tra tutti, quello dell’automotive fanno fatica a ripartire, se la transizione energetica incontra più difficolta del previsto a decollare trascinando a picco anche altri settori, ecco che il settore bellico di colpo vedrà la spesa europea passare dall’1% (ad esempio in Italia) fino al 3.5%-5%.

Difficile però pensare che le dotazioni e le infrastrutture arriveranno tutte dal mercato europeo: chi ne gioverà, per caso le imprese americane come accaduto per il gas naturale liquefatto? Insomma a pensar male, si sa, si fa peccato ma spesso ci si azzecca.

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