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L’oro rosso e le lamiere roventi: ieri a Bari la rivolta dei braccianti

Cinque ore di occupazione pacifica ma determinata all’interno di uno dei simboli spirituali e storici più importanti del Mezzogiorno: la Basilica di San Nicola di Bari. È qui che i lavoratori della terra, spina dorsale invisibile dell’economia agroalimentare pugliese, hanno scelto di fare sentire la propria voce. Una mobilitazione di massa, guidata dal sindacato USB Braccianti, nata dalla disperazione per le condizioni dei ghetti e trasformatasi in poche ore in un duro scontro politico che ha costretto le istituzioni regionali a cedere e ad aprire un tavolo negoziale urgente.

L’inizio della rivolta: «Fuori nessuno ci ascolta»

La protesta è scattata nelle prime ore del mattino, quando circa un centinaio di braccianti – numero poi cresciuto fino a duecento nel corso della giornata – provenienti dal mega-insediamento di Torretta Antonacci (nella Capitanata), ha varcato il portone della storica Basilica barese barricandosi all’interno. Una scelta simbolica e disperata: «Occupiamo una chiesa perché è l’unico luogo di questa città dove la nostra vita vale ancora qualcosa», hanno spiegato i delegati dell’USB. «Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre braccia quando c’è da raccogliere il pomodoro, e spariscono i nostri corpi quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome».

Fuori dalla cattedrale, centinaia di altri lavoratori si sono progressivamente uniti alla protesta. A far traboccare il vaso è stata una data ben precisa: il 30 giugno. In quel giorno sono ufficialmente scaduti i termini del PNRR, sancendo la perdita definitiva di 30 milioni di euro destinati proprio al superamento del ghetto di Torretta Antonacci.

Il j’accuse sui 30 milioni del PNRR andati «in fumo»

La rabbia dei braccianti si indirizza direttamente contro la gestione politica della filiera istituzionale. I manifestanti rifiutano la tesi della fatalità burocratica: il fallimento era già stato certificato dalla Corte dei Conti, che aveva inserito il caso del comune foggiano di San Severo tra le criticità nazionali a causa di cronoprogrammi impossibili, convenzioni mai siglate e cantieri mai partiti.

«Quattro anni di riunioni in Prefettura, tavoli tecnici e passerelle per un risultato pari a zero alloggi e 30 milioni in fumo», accusa duramente l’USB, denunciando come il mantenimento dei lavoratori in una condizione di precarietà abitativa e burocratica faccia comodo a un sistema economico basato sul basso costo della manodopera: «Un bracciante senza documenti e senza casa è un bracciante in ginocchio, e un bracciante in ginocchio costa poco».

Sullo sfondo restano le morti silenziose nei campi. Lavoratori che si spezzano la schiena a 40 gradi all’ombra e che “muoiono come foglie”: ad aprile Alagie, a gennaio Mamadou, vittime delle temperature estreme e degli stenti di un sistema in cui chi raccoglie il cibo che finisce sulle tavole degli italiani si ritrova a morire di sete accanto ai campi.

La mediazione del Sindaco e il corteo alla Regione

Dopo circa cinque ore di occupazione, la tensione nel cuore di Bari si è sbloccata grazie all’intervento del sindaco della città, il quale ha fatto da intermediario annunciando la disponibilità del Presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, a ricevere immediatamente una delegazione.

Ottenuto il canale di comunicazione, i braccianti hanno lasciato la Basilica per dare vita a un imponente corteo che ha sfilato per le vie di Bari fino alla sede della Regione. Qui, i rappresentanti dei lavoratori hanno portato sul tavolo del governatore le storiche rivendicazioni del movimento: acqua e servizi per l’estate, il recupero dei fondi persi e la dignità giuridica.

I tre impegni strappati ad Antonio Decaro

Il faccia a faccia con il governatore si è concluso con l’assunzione di tre impegni precisi da parte della Regione Puglia, che i braccianti hanno registrato come una netta vittoria della mobilitazione:

  1. Acqua immediata nei serbatoi: Di fronte all’emergenza dell’estate e ai 40 gradi nei campi, Decaro si è impegnato al ripristino immediato dei serbatoi di Torretta Antonacci, garantendo un potenziamento della frequenza di riempimento che dovrà diventare almeno giornaliera, per evitare che duemila persone debbano azzuffarsi per riempire una tanica.

  2. Sopralluogo e reinvestimento dei fondi: Il Presidente si è impegnato a recarsi personalmente la settimana prossima a Torretta Antonacci per verificare lo stato dell’insediamento. I lavoratori pretendono che i 30 milioni del PNRR persi vengano rimessi sul tavolo dalla Regione attraverso stanziamenti veri e nazionali, respingendo l’idea che “i fondi torneranno in altra forma”. L’USB rilancia la sua proposta di urbanistica partecipata per costruire un villaggio con case vere.

  3. Fronte comune sui documenti: Molti dei residenti dei ghetti non sono clandestini, ma richiedenti asilo o titolari di permessi C3 bloccati da anni nelle questure. Decaro si è impegnato a convocare un tavolo con tutti i governatori delle Regioni del Sud per esercitare una pressione politica congiunta sul Ministero dell’Interno e sul Governo Meloni, chiedendo lo sblocco dei rinnovi e il rilascio di permessi biennali per ricerca occupazione.

La vigilia della stagione del pomodoro: «Pronti a fermarci»

Nonostante il successo della giornata, la parola d’ordine del sindacato resta vigilanza. I braccianti hanno chiarito di non essere disposti a firmare “cambiali in bianco”. Il controllo sul rispetto degli impegni sarà quotidiano, a partire dal flusso dell’acqua nei serbatoi.

L’avvertimento finale lanciato alle istituzioni e ai datori di lavoro del settore agricolo è netto e fa tremare la filiera del Made in Italy: la stagione del pomodoro è alle porte. «Oggi abbiamo dimostrato che i braccianti non sono invisibili. Le nostre braccia sanno raccogliere, ma sanno anche fermarsi». Se anche uno solo degli impegni assunti in Regione dovesse saltare, l’USB è pronta a bloccare i raccolti della Capitanata con scioperi selvaggi e presidi permanenti. La lotta è solo all’inizio.

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Redazione
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