HomeStoria della PugliaIl re fugge in Puglia. Brindisi capitale del Regno del Sud

Il re fugge in Puglia. Brindisi capitale del Regno del Sud

Il 10 settembre del ’43, pochi giorni dopo la caduta di Mussolini e l’armistizio con gli Alleati firmato dal governo Badoglio, giungeva nel porto di Brindisi la nave “Baionetta”. Scortata dall’incrociatore “Scipione l’Africano”, la corvetta della Regia Marina trasportava un prezioso carico: il re Vittorio Emanuele III e la regina, in fuga da Roma.

In quel momento, Brindisi era una città colpita dalla guerra e dai bombardamenti, svuotata, piegata dalla fame e dall’angoscia per i molti cittadini dispersi in guerra sui diversi fronti.

È in questo scenario che prende ufficialmente sede il Governo italiano, dopo l’annuncio alla radio dell’armistizio.
La scelta di puntare su Brindisi, una “sperduta” città di provincia più vicina all’Oriente che all’Europa, si spiega col fatto che la città pugliese era una delle pochissime in Italia ad essere completamente libera.

Infatti, mentre i tedeschi erano ancora in Puglia, nei pressi di Bari, e a Taranto erano già giunti gli Alleati, il territorio nazionale senza “invasori” era ridotto alla sola zona di Brindisi.

Delle guarnigioni tedesche presenti in città prima dell’armistizio non si notava più alcuna traccia e nei capannoni militari allestiti dai nazisti in contrada Caracci erano rimasti soltanto dei brandelli di stoffa kaky, barattoli vuoti, una montagnetta di bucce di patate e torsoli di pane nero.

La cosa più importante era, però, che Brindisi aveva un Comando Marina, che poteva fornire al Governo fuggiasco una infrastruttura organizzativa davvero preziosa.

È qui, dunque, che nasce il piccolo “Quirinale” di Brindisi: una reggia che, per cinque mesi, ospiterà il Re di un Regno ormai ridotto a sole quattro province: Brindisi, Bari, Lecce e Taranto.

“Il popolo italiano è tutto stretto attorno al suo Re” scrisse Badoglio quel 10 settembre, in un telegramma inviato ad Eisenhower, per informarlo dell’arrivo del re in Puglia.

In realtà, il popolo pronto ad acclamare il re sulla piazza di Brindisi non era proprio una gran folla: molti erano i caduti in guerra e sotto le macerie, moltissimi gli sfollati e pochi i soldati rimasti.

Ciononostante, l’interà città aprì i suoi battenti agli inattesi ospiti e mise a loro completa disposizione mezzi, strutture e ospitalità.
La giornata del Re, durante la permanenza a Brindisi, era regolata in modo molto semplice: alle cinque e mezzo la sveglia, cui seguivano il bagno e la piccola colazione. Alle sei, il Re partiva per qualche solitaria passeggiata. Alle otto rientrava, sedeva nello studio e prendeva visione dei giornali e della posta. Alle nove cominciava a ricevere i numerosi visitatori che, ogni giorno, chiedevano udienza. La seconda colazione aveva luogo a mezzogiorno in punto; poi, il Sovrano andava a riposare fino alle quattro. Nel pomeriggio, se non aveva altri impegni, o se non decideva di uscire per visitare qualche reparto o qualche ospedale, riprendeva a ricevere gente. Alle otto in punto cenava e, verso le ventuno e trenta, anche se c’erano ospiti, il Re si ritirava nella sua stanza.

La Regina, invece, passava il tempo occupandosi di opere benefiche, visitando istituti e asili di infanzia; leggeva e rispondeva a molte lettere e trascorreva molte ore facendo lunghi solitari con le carte.

La permanenza a Brindisi del re e del governo durò sino alla fine del febbraio 1944, quando, infine, si decise il trasferimento a Salerno, dove, nel frattempo, erano sbarcati gli Alleati. I ministeri militari rimasero ancora, però, nelle antiche sedi di Lecce, Taranto e Bari.
In effetti, anche quando la capitale del regno era Brindisi, il centro della vita politica restò Bari. Qui funzionava l’Ufficio stampa del governo ed erano collocate le agenzie di stampa internazionali e gli uffici più importanti della Commissione di Controllo Alleata, assieme a diversi ministeri.

Fu proprio a Bari che, dopo il ritorno alla legalità dei partiti antifascisti, venne convocato, nel gennaio 1944, il primo Congresso dei Cln (Comitati di liberazione nazionale), il cui contributo alla ricostruzione in Italia di uno Stato credibile e della democrazia risulterà fondamentale.

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Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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