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Agcom: WhatsApp, iTunes e Spotify nel mirino. Ci sarà una tassa sulle app OTT?

Nessuna pace per gli utenti di messaggistica istantanea on-line.

“I fornitori di servizi di messaggistica istantanea non sono stati autorizzati ad attingere al credito telefonico degli italiani”. E’ quanto dichiara il Commissario Agcom Antonio Preto in relazione all”Indagine conoscitiva concernente lo sviluppo delle piattaforme digitali e dei servizi di comunicazione elettronica”, approvata dal Consiglio Agcom e pubblicata il 28 giugno sul sito dell’Autorità www.agcom.it.

“L’indagine conoscitiva ha analizzato la domanda e l’offerta dei nuovi servizi e l’uniformità delle condizioni del mercato per tutti gli operatori. Tra le misure ipotizzate per risolvere le eventuali criticità esistenti negli accordi d’interconnessione tra operatori di rete e fornitori di servizi di messaggistica istantanea, come Whatsapp, Telegram e altri, vi è quella che questi ultimi remunerino l’utilizzo delle infrastrutture. Il fine è quello di promuovere gli investimenti sostenuti dagli operatori di rete che sostengono l’ingente quantità di traffico dati che i servizi a valore aggiunto generano”.

Il Commissario Agcom tiene a puntualizzare che si tratta di “Un’ipotesi riguardante gli accordi d’interconnessione tra OTT e TLC (Operatori Telefonici) da realizzarsi, per esempio, attraverso un obbligo di negoziazione, con l’obiettivo di individuare le modalità d’interconnessione e il relativo prezzo”, puntualizza Preto. “Ciò non implica costi diretti per l’utente e la possibilità per i fornitori di servizi di messaggistica istantanea di poter attingere al credito telefonico”.

Non si tratta certo di un obbligo, bensì di una riflessione “a voce alta”, spiega il portavoce Agcom.

Purtroppo la questione è molto più complicata. La criticità risiede nella definizione stessa di OTT (Over-the-top content) definizione sancita dalla stessa Agcom che stabilisce si tratti di imprese “che forniscono, attraverso la rete Internet, servizi, contenuti (soprattutto video) e applicazioni di tipo “rich media” (per esempio, le pubblicità che appaiono “sopra” la pagina di un sito web mentre lo si visita e che dopo una durata prefissata scompaiono). Esse traggono ricavo, in prevalenza, dalla vendita di contenuti e servizi agli utenti finali (ad esempio nel caso di Apple e del suo iTunes) o di spazi pubblicitari, come nel caso di Google e Facebook. Tali imprese, prive di una propria infrastruttura, agiscono al di sopra delle reti, da cui il termine over-the-top”.

Oltre a questo non è chiara l’utilità che tale versamento agli operatori telefonici da parte delle OTT dovrebbe avere e in che modo dovrebbe tutelare i consumatori, l’Agcom per l’appunto è un costoso ente pubblico il cui scopo è per l’appunto la tutela del consumatore.

Secondo questa definizione non solo le applicazioni di messaggistica istantanea on-line (WhatsApp, Telegram, Messenger…), ma anche tutte le applicazioni che forniscono servizi multimediali on-line (giochi, libri, vendite online, streaming musicale come Spotify, iTunesGoogle Music…) diventerebbero oggetto di tale proposta di provvedimento che minaccia di fatto di diventare, qualora fosse approvata, un’ulteriore tassa gravante su tutti gli utilizzatori di servizi internet.

La domanda nasce spontanea: “Perchè?”

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Roberto Mastrangelo
Roberto Mastrangelo
Coordinatore Redazionale del progetto PugliaIn.net. Socio fondatore dell'Associazione Scritture Digitali, in passato giornalista per il Movimento, Roma, il Patto, il Resto, l'Indipendente, Puglia d'Oggi, Cerca la domanda scomoda da fare nel momento peggiore.

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