In perfetta linea con il suo peculiare target si è inaugurata la XXXI edizione di Time Zones, marchio e garanzia di livello internazionale nonché voce culturale alternativa, alla ricerca di suoni possibili su sentieri difficili. Creare, scoprire, inventare richiedono il coraggio di osare: e Gianluigi Trevisi, ideatore e direttore artistico della rassegna ne ha da vendere.
Dopo una sorta di anteprima, ‘Time Zones off’, svoltasi nei giorni scorsi al Pellicano, l’inaugurazione ufficiale è stata affidata ad “American Landscapes – l’America in bianco e nero per 5 tastiere”, un progetto ardito del nostro Emanuele Arciuli.
Il pianista salentino, docente al Conservatorio “Piccinni” di Bari, è un beniamino del pubblico barese (e non solo), particolarmente apprezzato per le sue esecuzioni di musica classica; ma le sue conoscenze spaziano a largo raggio nel campo della musica contemporanea, di cui è profondo conoscitore, con collaborazioni con vari musicisti americani quali George Crumb, Michael Nyman, Frederic Rzewski. Sono celebri i suoi lavori discografici con musiche di Maderna, Webern e Berg, Chick Corea, anche se il disco più osannato dalla critica è stato “Round Midnight” del 2011, lavoro elegante e raffinato tra jazz e modernismo.
Con gli “American Landscapes” Arciuli ha presentato sul palco del Cinema Royal una carrellata della musica americana degli ultimi 70 anni, (ri)elaborando le composizioni dei musicisti che gli sono più cari; esecuzioni attraverso momenti diversi molto distanti fra loro con il tocco e lo stile personale del maestro in senso lato e totale. Un concerto da solista ma non per piano solo; ci si perdoni il gioco di parole ma è per citare le cinque tastiere che sono state impiegate: un pianoforte classico a coda, un clavicembalo, un pianoforte giocattolo, un piano elettrico e un pianoforte preparato alla maniera di John Cage, con l’inserimento fra le corde di viti, bulloni e canne di bambù.
Sono state eseguite circa dieci composizioni, tutte accuratamente presentate dal maestro sempre in forma divulgativa e con un pizzico di ironia. Si parte con “China Gates” di John Adams, dalle tinte delicate e soffuse. “E una musica di liberazione – spiega Arciuli – né atonale né dodecafonica: è la liberazione del suono perché i suoni sono infiniti per timbri, colori, altezze. Le tastiere stasera sono cinque, ma ognuna farà cose diverse.”
Così quando esegue sei sonate di Lou Harrison al clavicembalo “sembra Scarlatti ma è musica che viaggia nel tempo con la consapevolezza del suo presente”. Poi passa al piano giocattolo con una musica apparentemente elementare e a quello preparato con “The Periluos Night”, uno dei capolavori di John Cage. Ma è l’”Etude n. 2” di Philip Glass la composizione sicuramente più godibile e accessibile, profonda e suggestiva, con il minimalismo che contraddistingue la produzione del musicista americano. E’ poi il momento del piano elettrico, “uno strumento che si presta a straordinarie utilizzazioni, in cui ai tasti non corrispondono più le note programmate” anche grazie ai campionatori (sampler) e al computer (con l’ausilio di Nicola Monopoli in cabina di regia). Siamo nel campo della musica elettronica con l’ariosa “Fractured Paradise” di Kyle Gann e “Children on the Hill” di Harold Budd (intervenuto alcuni anni fa a Bari proprio per Time Zones).
E il sipario cala alla grande: prima con un paio di brani di Alan Hovhaness, di origine armena, che rimandano a lontane danze caucasiche; e poi con “Mill Blues” di Rzewski, composizione articolata e complessa, faticosamente suonata con l’aiuto inusuale del gomito destro che picchia sui tasti.
Un concerto insolito per le sale della nostra città, il modo giusto e più congeniale per cominciare la rassegna di Time Zones.











