HomeCultura“Nel gioco del jazz”: con Trilok Gurti etnojazz e tanto altro

“Nel gioco del jazz”: con Trilok Gurti etnojazz e tanto altro

Dopo l’anteprima con Stan Sulzmann del 22 settembre, si è inaugurata ufficialmente la stagione di “Nel gioco del jazz” con uno dei più grandi percussionisti della scena jazz internazionale: Trilok Gurtu. Il musicista, indiano di Bombay 65 anni il 30 ottobre, vanta una carriera di prestigio accanto a star del calibro di Pat Metheny, Joe Zawinul, Jan Garbarek e soprattutto John McLaughlin; ma è noto anche presso  artisti di casa nostra come Ivano Fossati e Pino Daniele con i quali ha collaborato.

Certo è raro che un percussionista sia leader di un gruppo, a meno che non abbia una forte personalità capace di concepire, organizzare e dirigere progetti, anche se la funzione di batteria e percussioni ha un ruolo marginale nell’economia musicale di una band. Trilok, che si è presentato con un trio, si è posizionato sullo stesso livello degli altri strumentisti e non alle loro spalle, come di solito fanno i batteristi, offrendo il lato sinistro, tamburi e aggeggi vari al pubblico; la batteria di fronte. Il repertorio della serata è incentrato su brani suonati con la tromba ed è essenzialmente un omaggio a Don Cherry, il trombettista americano (scomparso nel 1995) che negli anni ’70 incoraggiò Trilok ad affermare la sua visione di una musica intuitiva aperta ad abbracciare il mondo. E con questi principi il percussionista indiano ha elaborato un etnojazz che lo colloca nella world music: in realtà le etichette gli stanno strette, in sintonia con quella “musica totale” così definita da Giorgio Gaslini. Con lui il jazz si fa linguaggio universale, dialogo globale e multietnico che si fonde in un eclettismo che rifiuta punti di riferimento.

Per realizzare il suo tributo a Don Cherry Gurtu ha pubblicato nel 2013 un disco, “Spellbound”, in cui si è affidato a vari trombettisti di spessore quali Ibrahim Maalouf, Ambrose Akinmusire e Paolo Fresu. Con questo repertorio è venuto a Bari.

Nel concerto ecco rivisitati in nuovi arrangiamenti brani di Miles Davis, Paolo Fresu e dello stesso Don Cherry: si viaggia sulla lunghezza di un jazz rock in cui la ritmica è molto rifinita, sempre attenta a dettare i tempi, gli stacchi e gli assolo, qua e là inframmezzata da qualche intervento scat. Alla tromba Frederic Koster è il vero front man, occupato nella parte più impegnativa; Tulug Tirpan svolge un lavoro incessante al pianoforte e alle tastiere, esaltando il lato rock e senza sganciarsi quasi mai in assolo; al basso Ihlenfel Cuniado è elemento di base nella costruzione degli armonici necessari a Trilok. Il percussionista è il regista di componenti forti e magiche, di sonorità colorate e calde, di ritmi e armonie. E’ inevitabile un suo intermezzo da drum machine, non molto lungo, per poi dedicarsi alle percussioni in tutte le sue forme più geniali e bizzarre, come un secchio riempito d’acqua nel quale immergere dei sonagli.

Sfilano brani godibilissimi: “All Blues” e “Black Satin” di Miles Davis, “Universal Mother” e “Cosmic Roundbout” di Don Cherry, “Berchidda” dedicata a Fresu. Sonorità sospese e rarefatte, brevi sterzate blues e rock, qualche accenno funky, tutto a sostegno di una fede inestinguibile nell’unione delle culture sonore e nella visione di un mondo retto dalla centralità della musica.

Finisce in un bis coinvolgente, con il pubblico che canta e batte il ritmo.

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