Prendete un nutrito gruppo di personaggi famosi: attori, cantanti, ballerini, cineasti, giornalisti, conduttori televisivi, fashion blogger, fenomeni da baraccone di twitter. Chiedetegli un’opinione in merito ad un argomento scomodo e otterrete, nel novanta per cento dei casi, una risposta politicamente corretta e inesorabilmente schierata in favore di quella che sembra la posizione più vantaggiosa da seguire per non perdere seguito. Il risultato finale sarà un’infiorescenza di paladini del popolo, bravi e buoni, pronti a trafiggere il dragone. In teoria.
In pratica, ti ritrovi con Donald Trump come presidente degli USA o la bocciatura sonora della riforma costituzionale in Italia.
Dunque, se l’operazione fallisce bisogna ricorrere al piano B, ovvero continuare a sostenere la causa per dimostrare la propria coerenza, anche se hai la sensazione che la gente tifi per te solo quando fai la scimmia ammaestrata e che ti apprezza di meno quando scegli di aprire bocca. Non perché sei un idiota totale, ma perché le cose più intelligenti che dici sono quelle scritte su una sceneggiatura o su uno spartito. Forse la tua posizione è davvero TUA, non frutto dell’onda da cavalcare, e forse la esprimi anche efficacemente, ma nelle urne la gente non vota per Meryl Streep, Robert De Niro, Hugh Laurie, o Paolo Sorrentino. No, la gente si ritrova davanti a decisioni che esulano dallo star system, dal mondo dorato dello spettacolo, degli Oscar, dei Grammy e dei David di Donatello. La guerra non è quella che si combatte sui set degli studios, la star multimilionaria che interpreta il disoccupato sull’orlo del suicidio è credibile per due ore quanto il cantante che pontifica dal palco stratosferico coreografico, ma non essenziale per giustificare il prezzo esagerato del biglietto. Certo, la gente è interessata all’opinione dei propri beniamini, ma l’attenzione si ferma alla marca di dentifricio preferita; quando l’argomento si fa più serio il popolo ha, per la maggior parte, ancora la capacità di pensare con la propria testa. Nel bene e nel male.
Basti pensare che due delle parole che sono prepotentemente entrate nel gergo comune negli ultimi anni sono “endorsement” e “influencer”, che hanno contribuito a pompare a dismisura l’ego di certi personaggi convincendoli di essere dei veri e propri fomentatori di masse. Ultimi, ma non per ultimi i tre componenti de Il Volo, creatura mitologica a tre teste partorita nel corso di svariati sabato sera dal ventre creativo della suor Germana di Rai Uno, Antonella Clerici. Già la matrice basterebbe per etichettare il fenomeno come nazional-popolare, se non fosse che i tre ragazzini che sembrano usciti dal mitico “Bravo bravissimo” con Alberto Sordi hanno letteralmente sfondato all’estero, esportatori della miglior tradizione lirica italiana condita con olio extravergine di oliva. Onore a loro, verrebbe campanilisticamente da affermare, tentando di mettere da parte la spocchia che hanno dimostrato nel corso della loro veloce carriera fatta anche di mutazione puberale e dieta ferrea per riscontrare i favori delle ragazzine miopi. Ma quando si è troppo giovani bisogna mantenere una certa modestia, occorre concentrarsi con umiltà sul proprio talento senza tentare ad ogni costo, magari ingenuamente o consigliati maldestramente, di erigersi a detentori della verità assoluta. Così, tra una vittoria a Sanremo dovuta alle vecchiette che hanno investito mezza pensione nel televoto e (mai totalmente appurate) velleità artistiche fatte di murales alla merda in un hotel svizzero, i tre tenori formato minions si sono lanciati, talvolta, in considerazioni personali che hanno un po’ fatto storcere il naso alle case discografiche ma, soprattutto, hanno scatenato l’ilarità di una buona fetta della critica. Ribadendo il concetto che è sacrosanto e legittimo che ognuno esprima la propria opinione, fa un po’ ridere che tre ragazzini neo maggiorenni si schierino apertamente sulla questione del referendum costituzionale, appoggiando il “Si” con tanto di spiegazione retorica. Firmatari insieme ad altri ottanta colleghi del mondo dello spettacolo del manifesto per il “Si”, forse anche debitori nei confronti dell’ex premier per il decreto che regalava soldi a pioggia al loro settore (quello che, ultimamente, vede Siani in testa ai box office e che produce ogni quinquennio un film degno di nota), nonché esponenti di quella gioventù figlia del “ciaone” e del “Stai sereno”, avrebbero fatto meglio a rendersi conto che tenere la bocca chiusa gli avrebbe risparmiato una sonora figuraccia.
Accantonato per un mese l’esito referendario, grazie anche ad una manovra collettiva di silenzio stampa (ce ne fosse stato uno di quegli ottanta che avesse dichiarato il proprio dispiacere per la sconfitta), ecco che l’insediamento di Trump ha scatenato nuovamente le velleità intellettuali del trio: e qui scoppia il fattaccio.
Invece di incassare il colpo e imparare la lezione, arriva un tweet congiunto in cui dichiarano che non canteranno alla cerimonia d’insediamento di Trump perchè non appoggiano le sue politiche xenofobe e razziste, seguendo la scia del loro amico Bocelli. La cosa non sfugge, in primis, al professor Sgarbi che con la sua leggendaria delicatezza e compostezza li liquida come “coglioncelli”, chiedendo alla fine di tirare fuori l’invito inviatogli dal neo presidente. Cosa che, per inciso, non è ancora avvenuta. Ma prescindendo dalle convinzioni politiche condivisibili o meno e il mondo in cui vengono esposte, l’aver ripetuto l’errore di cavalcare l’onda a qualsiasi costo ha giocato di nuovo un brutto tiro ai diretti interessati. Non è che sono tutti Bob Dylan che possono permettersi di vincere un Nobel per la letteratura e poi dire “grazie ma non vengo perchè c’ho judo”: forse, neanche uno come Dylan poteva permettersi una comportamento simile ma, tant’è, alla fine è risultato quasi pittoresco. Non sono tutti Robert De Niro che gira un video pre-elezioni in cui afferma rabbiosamente che Trump è un “maiale, un idiota, uno stupido” o la Streep che ritira un Golden Globe e attacca un pippotto anti-Donald. Opinioni, idee, convinzioni. Come lo erano quelle di Clint Eastwood che, da vero anticonformista e fuori dal giro, è riuscito a dire che erano due candidati pessimi ma “Hillary lo è di più”, analisi elementare ma non del tutto errata.
Ma alla gente quanto può fregare, visti anche i risultati?
Se è vero che il mondo ha scoperto l’establishment e ha deciso di rivoltarlo, qualsiasi bel discorso non regge per più della sua durata. Se è vero che chi vota ha scoperto i poteri forti, allora voterà sempre contro di essi fino a quando non penserà che si “stava meglio quando si stava peggio”. Certo, questa storia dei poteri sta diventando quasi una barzelletta in Italia grazie anche al grillismo che la infila in qualsiasi cosa, come se tutto fosse riconducibile ad una teoria complottistica di livello globale, di quelle tanto care a Fox Mulder. Ma se la gente va alle urne è decide di ribaltare quello che sembra ovvio, qualcosa vorrà pur dire. Che riesce ancora a pensare con la propria testa e a decidere senza influenze. Che siano pluripremiati agli Oscar o cantanti famosi, gente che parla sconclusionatamente da youtube o un social network fagocitando migliaia di seguaci. Forse è il caso che tutti questi pseudo-influenzatori comincino a porsi qualche domanda e a capire che sono diventati parte di un enorme circo in cui la gente che li guarda vuole solo vedere quanto sono bravi a fare quello che sanno fare: emozionare, divertire e riflettere nel ristretto campo delle loro competenze. Volando basso su tutto il resto.











