Ci sono pure le firme in giapponese, nel librone delle dediche a chiusura delle mostre al Castello Svevo (una su David Bowie e l’altra su Tito Schipa) si fa fatica a trovare un nome italiano. Un lungo elenco di visitatori stranieri, entusiasti di quel po’ di arte che la città offre. Vallo a dire agli habituè della lamentela, quelli affezionati alla litanìa del “qui non c’è mai niente, qui non funziona niente”.
Quasi un’abitudine levantina, quella di screditare tutto ciò che ci appartiene. Eppure il tentativo di accostare arte contemporanea a vestigia antiche si sta facendo, e l’idea sviluppata dall’amministrazione di creare un polo museale da ventunesimo secolo nella zona tra il Teatro Margherita e la città vecchia non sembra lontana. Prova ne è il volto di David Bowie nelle vesti di Ziggy Stardust incastonato nelle colonne del Castello Svevo, quello che piace tanto ai crocieristi con tanto di traduttori e un po’ meno ai baresi che a mala pena ci varcano la soglia.
Le foto sono del fotografo giapponese Masayoshi Sukita, che negli anni ’70 ha immortalato il cantante inglese insieme a Iggy Pop, svelando anche un Bowie seminudo durante uno dei suoi concerti. Un susseguirsi di scatti noti e meno noti, da quello con sfondo rosso e look da astronauta a quelle immagini più intime e crepuscolari, di un artista inquadrato nel tram o che sorseggia un sakè. Alcune folgoranti, altre più convenzionali.
Quel che resta è l’idea (vincente) di portare la contemporaneità in un luogo spesso dimenticato.











