HomeCulturaCharles Lloyd, il guru del jazz al Petruzzelli

Charles Lloyd, il guru del jazz al Petruzzelli

In un’estate barese avara di eventi jazz di livello internazionale, brilla la stella di Charles Lloyd, fortemente voluto dal nostro Roberto Ottaviano per l’associazione “Nel gioco del jazz”. Vista la caratura del sassofonista di Mempis è stato scelto il Teatro Petruzzelli quale location ideale, anche per accogliere un pubblico numeroso.

La seconda giovinezza di Charles

Charles Lloyd, a 79 anni sta vivendo una seconda giovinezza. Ripercorrendo la sua biografia, leggiamo che a 9 anni Charles rimase folgorato da Charlie Parker. Dopo aver suonato blues con Howlin’ Wolf e B. B. King si trasferì a New York, la “Mecca del jazz”: lì ebbe modo di conoscere altri musicisti (Chico Hamilton, Cannonbal Adderley, Herbie Hancock, Ron Carter) e di farsi conoscere. La vera fama gli arrise quando formò un quartetto con Jack DeJohnette alla batteria, Cecil Mc Bee al basso e Keith Jarrett al piano. Con questa formazione partecipò nel 1966 al Festival di Monterey dove eseguì “Forest Flower”: il concerto venne registrato e il disco divenne un successo planetario da un milione di copie. Ma quello che doveva essere l’inizio, segnò il suo progressivo allontanamento dalle scene. Dopo alcune collaborazioni nel mondo del rock (Doors, Beach Boys, Janis Joplin), deluso dal mondo e dalla società si ritirò in California a Big Sur, luogo mitizzato in un celebre romanzo di Jack Kerouac, con la moglie Dorothy Darr. Furono anni di riflessione: “L’industria discografica voleva farmi diventare un prodotto – dice Lloyd – ma io avevo bisogno di proteggere quella purezza che sentivo dentro di me”. Pur occupandosi di agricoltura e filosofie orientali Charles non smise mai di suonare. L’amico Billy Higgins, per farlo tornare sul palcoscenico, gli diceva che “quella musica non è tua: tu sei il mezzo attraverso cui essa si esprime”. Così un po’ alla volta Lloyd è tornato sulle scene accettando il compromesso di “una musica in continua ricerca, ma in pace con sé stessa”.

Passin Thru

Negli ultimi 10 anni Lloyd ha inciso tre dischi in quartetto con Reuben Rogers al basso, Eric Harland alla batteria e Jason Moran al pianoforte, formazione che egli ha definito “magica”. Il terzo di questi dischi, “Passin Thru”, è appena uscito il 14 luglio per la prestigiosa etichetta Blue Note: è un live quasi interamente registrato l’anno scorso a Santa Fe in Messico, e dedicato a Judith Mc Bean, amica del sassofonista, da poco scomparsa. Nuove e vecchie composizioni si alternano in un prodotto di assoluta qualità, come la stessa “Passin’ Thru” incisa nel 1963 ai tempi della collaborazione con Chico Hamilton. “Oggi ho più esperienza – dice Lloyd – di quando ero un giovane idealista”; la rielaborazione del brano ora ha acquisito maggiore sostanza.

Lloyd è dotato di grande tecnica, senso della forma, gusto per una articolazione spiccatamente ritmica. Lui che ha contribuito a veicolare il blues verso i lidi del jazz, rimane sensibilmente agganciato all’estetica coltraniana, di cui è un cultore ed erede in una forma più semplice. A livello strutturale la sua musica è edonistica, ma anche disimpegnata e per questo assume un fascino discreto, frutto della sua inventiva.

C’è qualcosa di riflessivo, di meditativo quasi, che si trasferisce dal sax del maestro al lirismo del pianoforte di Gerald Clayton (che sostituisce il ‘titolare’ Moran), alla ritmica vigorosa e decisa del contrabbasso di Rogers, alla introspezione di Harland. E’ un discorrere, un raccontare. Quella purezza stilistica e morale che coerentemente ha voluto preservare fa sì che Lloyd suoni per sé stesso, lasciando che il pubblico recepisca, fruisca: passivo e felice. Eppure domina una razionalità che gestisce una libertà consapevole, secondo un ordine che non prevede regole.

Accompagnato da musicisti di primordine, ai quali ha lasciato ampio spazio, Charles ha eseguito quasi tutti i brani inclusi nel disco: da “Dream Weaver”, con la lunga introduzione alla batteria, alla delicata “How Can I Tell You”, alla complessa “Part 5, Ruminations”, passando dal be-bop di “Nu Blues” e dalle atmosfere rarefatte di “Tagore on the Delta”, suonata al flauto con una sottile ritmica funky. Non sono mancati gli omaggi: “Rabo da nube” di Rodriguez e la splendida “Monk’s Mood” di Thelonius Monk.

Con la finale “Shiva Prayer”, dedicata in particolare a Judith, si è raggiunto l’apice della spiritualità. In un momento di grande intensità il tempo si è fermato: non prima, non dopo, forse ora. E in quel presente Lloyd crea in maniera irripetibile concentrando la sua essenza umana ed artistica. Semplicemente grande.

I felici inserimenti del pianoforte di Clayton e del contrabbasso di Rogers sono sempre stati centrati, equilibrati e di gran pregio con applausi a scena aperta. Grandi musicisti a fianco del guru del jazz.

“Nel gioco del jazz” ha voluto devolvere una parte del ricavato del concerto alla ADMO Puglia, l’associazione dei donatori di midollo osseo.

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