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Around Jazz al Teatro Forma, chiusura col botto con la potenza del Rythm and Blues di Myles Sanko

Si è chiusa la rassegna “Around Jazz” 2017- 2018 al Teatro Forma, una stagione che ha visto artisti di prestigio come Maria Gadù, Danilo Rea, Peppe Servillo, Enzo Avitabile, Peter Cincotti, Musica Nuda; ed è stata una chiusura col botto. Pur non avendo registrato il sold out come in altre occasioni (dovuto sicuramente alla temperatura al di sopra della media di questo periodo) il concerto di Myles Sanko ha avuto un successo strepitoso, legato soprattutto al feeling che il cantante è riuscito ad impostare subito con il pubblico.

Myles Sanko, 38 anni fra qualche giorno, è un soul singer di origine ghanese e stella emergente della scena musicale britannica. Un mix di culture piuttosto insolito se si considera anche che la black music è un prodotto afroamericano. Il cantante è stato definito “the love child of soul music” dal Time Out Magazine, mentre l’italiana Rockerilla ha scritto di lui: “Elegante soul music venata di jazz e talora sporcata da contaminazione funk e dub. Una voce magnifica!” I numerosi riconoscimenti di stampa e critica lo accostano non senza esagerazioni ad Al Green, Marvin Gaye, Gil Scott-Heron e Otis Redding, per uno come Myles che per suo ammissione è cresciuto ascoltando Michael Jackson.

L’accostamento più calzante secondo noi è quello con Gregory Porter, di cui potrebbe essere considerato artisticamente il fratello minore, con un timbro di voce più morbido. Ce n’è quanto basta a suscitare l’interesse per andare a sentirlo dal vivo, dopo che le sue canzoni, condensate in tre soli cd, hanno fatto il giro del mondo.

Il concerto viene introdotto dalla splendida strumentale “Freedom”, densa di atmosfere e aspettative, quasi un accenno di colonna sonora con vaghe reminiscenze che rimandano alle musiche di Isaac Hayes. Poi Myles entra in scena e attacca “Just Being Me”, che da il titolo al suo ultimo disco del 2016, un funky ritmato e leggero, autobiografico: “la cosa più importante è credere in sé stessi”. Il concerto è un dilagare di musica soul: “My Inspiration”, “Save My Soul”, “To My Surprise”, “Sunshine”, “Promises” “Forever Dreaming”, la lenta e dolce “This Ain’t Living”, spaziando in lungo e in largo nel suo repertorio e pescando qualche hit dei Fleetwod Mac, Al Green e Curtis Mayfield. “La parola soul arriva da un posto profondo nel cuore” è vero, e lui ne interpreta la parte più gioiosa, dandole ritmo, perché “la musica è energia, passione, emozione, amore e speranza”. Ed è così che il pubblico viene  avviluppato in un live esplosivo ed intenso, lasciandosi trascinare dai cori che qua e là Myles invita simpaticamente ad improvvisare. Il concerto diventa un crescendo di emozioni e piano piano si trasforma in una festa autentica, perfetta simbiosi di palco e platea. Il feeling è totale: c’è chi balla sotto il palco e chi accanto alla propria poltrona. Con i bis si va fuori programma e fuori scaletta, quasi ad oltranza, per la gioia di tutti, pubblico e cantante.

Ma l’annunciato mix di jazz, soul, funk e rhythm and blues in realtà propone un soul già abbondantemente metabolizzato dagli anni ’70: la sintesi tra il passato e il presente della black music non si realizza pienamente. Myles ha indubbiamente studiato in maniera approfondita la musica soul degli anni ’70, ma da la sensazione di essersi arenato negli anni ’80, incapace di una reale evoluzione. La sua parabola artistica è ancora agli inizi e sarà molto interessante seguirne gli sviluppi fino alla maturità. La voce è piena e potente, le idee non gli mancano: non tarderanno ad arrivare anche risultati migliori. Per ora godiamoci un caro, sacrosanto rhythm and blues, con una band di sei elementi inclusi due fiati (sax e tromba), della quale è doveroso citare il chitarrista Philip Stevenson e il pianista Tom O’Grady (l’unico a cui è stato concesso qualche spunto di jazz).

“Trovate il tempo per i vostri sogni, perché senza sogni non siamo nulla” (Sanko)

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