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Nella prima parte di questo breve approfondimento sui cambiamenti climatici, avevamo ripercorso i passi più significativi, dal punto di vista scientifico e storico, che hanno portato alla comprensione di quanto l’attività umana possa incidere sul clima. Qual è la posizione dei governi di tutto il mondo riguardanti le politiche da adottare per combattere contro il riscaldamento globale? In questo articolo parleremo di come si è giunti alla redazione dell’Accordo di Parigi, dei punti salienti che lo definiscono, e del perché, nonostante la sua esistenza, si continui a manifestare affinché il documento venga rispettato.
Il primo passo: il Protocollo di Kyoto
Una volta individuato un problema, la scelta più ragionevole da prendere è agire per porvi rimedio. Nel 1988 è stato istituito, dalla World Meteorological Organization (WMO) e dal United Nations Environment Program (UNEP), l’IPCC-Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico). L’IPCC è il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, voluto dalle Nazioni Unite per aiutare tutti i paesi e i loro governi ad avere a disposizione fonti scientifiche chiare sulle conoscenze legate al global warming e ai suoi effetti sulla società e sull’economia. I rapporti di valutazione dei gruppi di lavoro che ne fanno parte sono le fondamenta su cui si basa la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992: un trattato non vincolante che tracciava dei limiti non obbligatori alle emissioni di gas serra delle nazioni firmatarie. I paesi avrebbero potuto (e dovuto) stabilire dei valori limite in atti successivi (detti “protocolli”), di cui si sarebbe discusso in seguenti conferenze dedicate. Il più significativo di questi documenti fu il Protocollo di Kyoto, adottato nel 1997, in cui si stabiliva l’obbligo di diminuire le emissioni in una percentuale che non andasse al di sotto dell’8,65% rispetto ai valori registrati nel 1985. Le tempistiche prevedevano di farlo tra il 2008 e il 2012, termine posticipato al 2020 dal Doha Climate Gateway. Attualmente i membri del trattato sono 192, tra cui l’Italia.
Nel 2015 arriva l’Accordo di Parigi
I paesi che fanno parte della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, dall’entrata in vigore del trattato, nel 1994, si riuniscono annualmente per discutere dei risultati ottenuti. Questi incontri sono le Conferenze delle Parti (COP) ed è proprio durante la ventunesima edizione (COP21), tenutasi in Francia, nel 2015, che viene redatto l’Accordo di Parigi, un piano d’azione globale per tenere sotto controllo i cambiamenti climatici, limitando il global warming al di sotto dei 2°C. Come riportato nel sito ufficiale della Commissione europea, gli obiettivi concordati sono:
- mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine;
- puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici;
- fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo;
- procedere successivamente a rapide riduzioni in conformità con le soluzioni scientifiche più avanzate disponibili.
Quali sarebbero i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici? Lo spostamento delle fasce climatiche (un esempio sono i fenomeni di desertificazione a latitudini più alte), il ritiro dei ghiacciai, lo scioglimento del permafrost (aree in cui il suolo è perennemente ghiacciato, tipiche dell’estremo Nord Europa, della Siberia e dell’America settentrionale) e il conseguente rilascio di ulteriore metano (un gas serra). L’elenco prosegue con l’innalzamento del livello del mare, la maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi (uragani, alluvioni ma anche forti periodi di siccità), l’aumento degli incendi boschivi e l’interruzione della circolazione termoalina, ossia la modificazione delle correnti oceaniche che regolano clima e la vita degli esseri che popolano i mari.
L’Accordo di Parigi è stato firmato da 195 paesi (compresa l’Italia) ed è entrato in vigore il 4 novembre del 2016, dopo essere stato ratificato da 55 nazioni che rappresentano almeno il 55% delle emissioni globali. Nel 2017, a giugno, il presidente degli USA, Donald Trump, ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo firmato nel 2015 dalla precedente amministrazione Obama.
La delusione della COP24
Arrivati alla COP24, la ventiquattresima Conferenza delle Parti, tenutasi a Katowice, in Polonia, dal 2 al 15 dicembre 2018, ci si è resi conto che le parole dovevano trasformarsi in azioni, anche piuttosto urgenti. Pochi mesi prima l’IPCC aveva pubblicato lo Special Report on Global Warming of 1.5°C: il documento ha riportato a chiare lettere che, per limitare l’innalzamento delle temperature globali a 1,5°C, sono necessari cambiamenti “rapidi e drastici” e che le emissioni globali nette di anidride carbonica causate dalle attività umane dovranno diminuire del 45% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030, raggiungendo lo “zero netto” intorno al 2050.
La COP24 sarebbe dovuta terminare il 14 dicembre ma qualcosa è andato storto: la stesura e le modalità di attuazione del cosiddetto Rulebook, il regolamento che rende operativo l’Accordo di Parigi, ha creato divergenze tra i paesi partecipanti. Rinunciare ai propri privilegi non è mai facile e i “pomi della discordia” sono stati proprio la riduzione dello sfruttamento dei combustibili fossili e l’ammontare degli aiuti economici dei paesi più sviluppati da stanziare per supportare le nazioni più povere, al fine di finanziare progetti per la mitigazione delle conseguenze più drammatiche dei cambiamenti climatici. L’intesa è stata trovata ma le soluzioni non hanno convinto molti.
Alla COP24 ha partecipato anche Greta Thunberg, con questo discorso:
Speriamo che i nostri governi non decidano di “tirare il freno a mano” troppo tardi.
Credits immagine: foto di Chris LeBoutillier da Pixabay




















